… non smette di desiderarle.

L’impotenza. Quale bizzoso dio della mitologia greca si è inventato un supplizio del genere? Si tratta di una cosa che mette in discussione tutto, non solo una faccenda triviale come la propria mascolinità, ma persino le fondamenta su cui poggiano l’amor proprio e il cosiddetto rispetto di sé.

E allora ammettiamolo: è per non ritrovarsi a balbettare patetiche giustificazioni (per di più in un’altra lingua) che Semi si è tenuto a distanza di sicurezza dal delirio sessuale imperversante a Londra e a New York negli anni in cui, almeno da un punto di vista anagrafico, la sua potenza sessuale avrebbe dovuto toccare il culmine oltre il quale c’è solo decadimento. Ed è così che, ben presto, il suo tenersi alla larga dalle ragazze, la sua fedeltà coatta a Silvia, si trasforma in qualcos’altro. Diventa inavvertitamente ostilità. Non le sopporta quelle ragazze. Forse perché gli ricordano quanto lui sia incapace di utilizzarle. Hanno il potere di esasperarlo. E forse ciò avviene perché, al di là di tutto, Semi non smette di desiderarle. Che non sia questo allora il vero castigo degli impotenti? Che il desiderio è sempre lì, immobile e intatto. Non molla. Anzi, non fa che autoalimentarsi, fiasco dopo fiasco, astinenza dopo astinenza. Va a braccetto con il senso di beffa permanente. E da quest’ultimo trae linfa e ispirazione. Eppoi si cronicizza.

Eh sì, perché gli impotenti, checché se ne dica, non sono meno arrapati delle persone con una vita sessuale del tutto appagante. Gli impotenti sono come i diabetici: la natura ha tolto loro la possibilità di cibarsi di alcuni deliziosi alimenti, ma, per Dio, non ha risparmiato loro la smania di desiderarli. Tutt’altro, l’ha sacralizzata, quella maledetta smania! A bene vedere non c’è nulla, nell’apparato idraulico dell’impotente, che non funzioni. Gli impotenti sono capaci di erezioni vertiginose e di fragorosi entusiasmi sessuali. Almeno, parlo degli impotenti che conosco io. Il cui principale problema è proprio questo: che quando finalmente arriva il momento di mettere le erezioni vertiginose e i fragorosi entusiasmi al servizio della natura, qualcosa fatalmente s’inceppa. Qualcosa che non saprei dove collocare anatomicamente: nel cazzo? Nel cuore? Nel cervello? No, non so dove. La sola cosa che so è che quando l’impotente si trova al cospetto delle colonne d’Ercole dell’intimità femminile, qualcosa non va come deve andare. L’impotente passa la mano, come un vile giocatore di poker scontento anche di una scala reale servita, condannando se stesso e la partner a un imbarazzo intollerabile. Per questo mi verrebbe da dire che l’impotenza è, anzitutto, un problema di sincronia. L’impotente non è uno che non ce la fa in senso assoluto. Ma uno che non ce la fa nel tempo giusto.

 

Inseparabili. Il fuoco amico dei ricordi.

Alessandro Piperno

Mondadori Ed. Numeri Primi 2013

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