Ti racconto L’Irrequieto

Chi frequenta questo spazio sa che sono un’assidua lettrice di riviste letterarie e dei collettivi di scrittura. Amo scoprire nuove storie e nuove voci. Oggi incontro L’Irrequieto. Una rivista che ama sperimentare e che crede fortemente nell’originalità e nella condivisione della scrittura. Ho fatto alcune domande ai fondatori Donatello Cirone e Alessandro Xenos. 

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Come nasce l’idea di creare “L’Irrequieto” e perché la scelta è ricaduta su questo nome?

L’Irrequieto nasce a Firenze, nel quarto d’ora accademico di due studenti di Scienze Politiche appassionati di letteratura che si interrogano sul senso della loro presenza a un corso di statistica. Dal semplice scambio di libri e di idee, Donatello Cirone e Alessandro Xenos iniziano a maturare l’idea di un foglio letterario online che dia voce a chi come loro sente la scrittura come necessità. Scrivere sempre e comunque, raccontare una storia mentre se ne scrive un’altra, senza sosta né possibilità d’evasione: l’irrequietezza letteraria è una costante delle loro opere e il punto di convergenza di due stili altrimenti opposti. Da quest’idea viene la scelta del nome L’Irrequieto, a cui decidono di aggiungere l’etichetta di «rivista letteraria» per affermare l’impegno editoriale a cui hanno intenzione di dedicarsi.

Come nasce un numero della vostra rivista?

Un numero della rivista inizia a prendere forma circa due mesi prima dell’uscita, con la lettura e selezione dei testi che ci vengono inviati e la scelta delle immagini da associare. Contattiamo tutti i collaboratori interessati e nel caso in cui ci siano passaggi che non ci tornano o correzioni da fare ne discutiamo con loro. Tutto questo avviene via mail o social network, via internet comunque, perché la redazione è sparsa in città diverse tra Italia e Francia. Una volta selezionati i testi e le immagini li carichiamo sul sito, impaginiamo e rileggiamo un’ultima volta prima di pubblicare definitivamente il numero.

Quali caratteristiche deve avere un racconto irrequieto?

Gli scritti sono selezionati in base alla loro qualità, ma soprattutto all’originalità delle emozioni che riescono a suscitare. Non abbiamo mai imposto uno stile particolare ai nostri autori. Non esiste un racconto tipo per la rivista.

Quando ricevete un racconto da un autore c’è un lavoro di editing da parte della vostra redazione?

Gli scritti che riceviamo vengono letti più volte, ne correggiamo gli errori e i refusi e ci capita di riformulare della frasi quando non sono chiare, ma non svolgiamo un lavoro di editing professionale. La rivista è uno dei primi banchi di prova per gli scrittori emergenti e ci sembra giusto lasciare un certo grado di libertà stilistica e narrativa agli autori.

Avete rapporti diretti con le case editrici?

Siamo in contatto con qualche casa editrice e stiamo lavorando a una collaborazione diretta con una di queste, ma il nostro obiettivo è di diventare a nostra volta editori. Ci vorrà un po’ di tempo e qualche soldo, ma speriamo di riuscirci nei prossimi anni.

Una cosa che mi ha particolarmente colpita è la varietà e la dinamicità delle vostre rubriche che vanno a coprire i vari ambiti della scrittura. Ho avuto la sensazione che ogni rubrica fosse la tappa di un viaggio di ricerca.

Sì, in effetti l’idea di creare una sezione all’interno del sito dedicata alle rubriche è nata per dar spazio a tutti i contenuti diversi da racconti e poesie che rilevassero di un percorso personale di ricerca degli autori. Abbiamo iniziato più di un anno fa con i collage poetici di Giampaolo Giudice e i «Microdrammi di una scrittrice» di Eva Luna Mascolino, ma presto si sono aggiunti altri autori che hanno proposto nuove idee di rubriche, come per esempio la «Guida turistica per aspiranti suicidi» di Ferruccio Mazzanti, che ha riscosso un particolare successo di pubblico.

Molti degli articoli che pubblicate sono frutto di sperimentazione. Sperimentare, dare voce ad autori emergenti ed accogliere nuove possibilità, è questo l’apporto che le riviste dovrebbero portare alla scrittura e alla letteratura?

La sperimentazione è alla base del processo creativo e nel contesto di una rivista può aiutare gli autori a maturare la loro idea di scrittura attraverso il confronto con il pubblico, la lettura, la condivisione di idee e punti di vista con gli altri collaboratori. Come già detto, riteniamo che le riviste siano il primo e più importante banco di prova per gli scrittori emergenti e il nostro compito è di aiutarli a trovare nuove strade che vadano oltre i sentieri già battuti.

 

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A gennaio avete pubblicato il n. 40 interamente scritto da autrici e dedicato al potere visto dalle donne. Mi piacerebbe ci parlaste di questo particolare numero e se la vostra iniziativa avrà un seguito

Con l’arrivo negli ultimi anni di nuove scrittrici a integrare la redazione, avevamo già maturato l’idea di un numero tutto al femminile. L’occasione è venuta con lo scandalo Weinstein e il dibatto pubblico che ne è conseguito (movimento #MeToo, #Balancetonporc, etc), in cui migliaia di donne hanno denunciato gli abusi subiti in ambito lavorativo e personale da parte degli uomini. Non avevamo intenzione di collocarci al centro del dibattito allineandoci su un tema già altamente mediatizzato, ma ci sembrava interessante andare al di là del rapporto vittima/carnefice per concentrarci su uno degli aspetti centrali di tutte queste storie: il potere, in tutte le sue forme. «Declinato nelle sue più assurde manifestazioni, in senso lato e in senso letterale, da una prospettiva attuale o da una che abbracci la natura umana priva di connotazioni spazio-temporali. Terrifico o salvifico, magnificente o insulso, vergognoso o lodevole, individuale o collettivo, laico o religioso, italiano o straniero, confessato o nascosto.»  Abbiamo deciso quindi di lanciare un appello a tutte le scrittrici che avessero voglia di misurarsi con il tema e il risultato è stato sorprendente, abbiamo ricevuto più di ottanta scritti, tra poesie, racconti, articoli e lettere. La selezione è stata molto dura e alla fine ne abbiamo scelti 21, ma ce ne restano altrettanti di buon livello che ci piacerebbe pubblicare. Per questo motivo stiamo creando una rubrica permanente sul «potere visto dalle donne», sulla quale pubblicheremo ogni due settimane i nuovi contenuti che ci verranno inviati.

Sul vostro sito leggo che oltre alla rivista c’è un’associazione che tra i suoi obiettivi si prefigge di creare nuove vie narrative e presta attenzione agli scambi culturali con il mondo francofono. C’è qualche idea (relativa a cultura, riviste ed editoria) del mondo francofono a cui vi siete ispirati o buone pratiche che secondo voi sarebbe bene adottare anche nella nostra cultura?

Nel campo dell’editoria abbiamo l’impressione che in Francia ci sia una maggiore facilità di produzione e di distribuzione, grazie a un numero elevato di lettori e agli aiuti che lo Stato e le collettività territoriali forniscono alle piccole e medie realtà, senza parlare delle grandi case editrici. Per quanto riguarda le riviste, a Parigi abbiamo fatto delle scoperte magnifiche di riviste autoprodotte che prestano una particolare attenzione alla qualità della stampa e che ci hanno ispirato per le nostre pubblicazioni cartacee, come per esempio Épreuves, ma in generale non abbiamo la sensazione che l’Italia abbia qualcosa da invidiare alla Francia in questo campo, né per il numero di riviste né per la qualità delle opere che vi si possono trovare.

Negli ultimi tempi i social stanno riscoprendo la poesia.  Nonostante una maggiore propensione da parte degli utenti continua a rappresentare un terreno scivoloso. Come scegliete le poesie da pubblicare e cosa ne pensate di questo successo 2.0?

Nel numero Embrione scrivevamo che «far nascere una rivista letteraria sul web è come viaggiare sui binari dell’alta velocità con un treno a vapore» e proprio per questo la sfida ci stimolava, volevamo nel nostro piccolo portare la lenta e posata voce dei poeti della nostra generazione su una piattaforma rapida e frenetica per definizione. Il fatto che oggi esistano decine di riviste di alto livello e che la poesia continui a interessare un vasto pubblico non può che rallegrarci e stimolarci per il futuro. Le poesie che selezioniamo per la rivista devono avere le stesse caratteristiche che richiediamo per i racconti, cioè l’originalità del linguaggio e dei sentimenti che ci procurano, pubblichiamo raramente poesie in metrica e cerchiamo di dare a spazio ai poeti che fanno della sperimentazione il loro punto di forza, come Giuseppe Semeraro e Ferruccio Mazzanti.

L’Irrequieto nasce nel 2010. Un bilancio dopo questi primi anni e i vostri progetti futuri?

Dal numero Embrione in poi il progetto non ha smesso di crescere, abbiamo collaborato con più di 50 artisti, tra scrittori, fotografi e disegnatori senza a nostro avviso abbassare mai la qualità delle opere. Ogni mese riceviamo decine di scritti di autori che vivono in tutto il mondo e per noi la selezione diventa sempre più dura: questa è senza dubbio la nostra più grande soddisfazione. In futuro vorremmo moltiplicare gli incontri letterari e le letture pubbliche degli scritti da parte di attori professionisti, come quello organizzato alla libreria caffè la Cité in occasione dell’uscita dell’antologia della rivista.

 

Grazie!

 

 

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