Incontro con Michele Orti Manara

Riporto l’intervista fatta a Michele Orti Manara uscita su Spazinclusi il 10 settembre 2018.

Nome Michele

orti-manara_2018

Cognome Orti Manara

Nato a Verona nel 1979

Sito https://nepente.net/

Riviste Cadillac, Inutile, L’Inquieto, Tuffi

Libri Topeca (Antonio Tombolini Editore 2015)

Il vizio di smettere (Racconti Edizioni 2018)

Segni letterari confine sottile tra la verità e la menzogna, senso di inadeguatezza che pervade i personaggi, stile asciutto e lineare, realismo, il racconto dei fatti senza moralismi né insegnamenti, insoddisfazione e incomunicabilità, continua ricerca dell’ossessione.

Citazione

se c’è una cosa che proprio mi dà fastidio è che in vita mia non sono mai riuscita a portare a termine nulla, non a tenermi vicino quello stronzo – che l’ha lasciata quando l’ha scopertaincinta e che lei non ha mai più chiamato per nome – non a finire di crescere il mio Lucio, che mi è scappa­to appena compiuti i diciotto inseguendo una sottana lurida, e quindi be’, questa cosa dei cinquanta ciupiti invece la voglio fare fino in fondo, e chissà che non mi dia un po’ di soddisfazione, mi faccia sentire capace di qualcosa, sono anni che mi sembra di non esistere nean­che, ditemelo voi, chi sono esattamente, a cosa servo, e se ne avete una vaga idea ditemi anche chi siete e a cosa servite voi”

“Agnese” da “Il vizio di smettere”

IBIB: Ti andrebbe di raccontarci come nasce l’idea de “Il vizio di smettere” e l’incontro con la Racconti Edizioni?

MOM: Mi piacerebbe dire che la raccolta nasce così come è stata poi pubblicata, che c’era un preciso disegno d’insieme, ma sarebbe una bugia. Il vizio di smettere raccoglie racconti scritti in un arco di tempo abbastanza lungo (cinque anni circa), nati in maniera indipendente l’uno dall’altro e “assemblati” solo in un secondo momento. Racconti Edizioni l’ho conosciuta prima di tutto da lettore. Avevo già letto qualcosa di Stephen Graham Jones in lingua originale, e quando ho saputo che era nata questa giovane casa editrice di kamikaze innamorati delle storie brevi, e che il loro primo libro sarebbe stato “Albero di carne“, be’, gli ho voluto un po’ bene da subito. Poi ci siamo conosciuti sui social, avevano letto qualche mio racconto online e visto che volevano iniziare a pubblicare autori italiani mi hanno chiesto se avevo altro da fargli leggere. In quello stesso periodo io e Leonardo Luccone, il mio agente, stavamo pensando a quali editori proporre la raccolta, e Racconti era in cima alla lista. Insomma, se uno crede alla sincronicità, o al destino, o a quel che è, questi sono segnali inequivocabili.

IBIB: Nel tuo ultimo lavoro riesci a raccontare la solitudine e le difficoltà delle relazioni. Sono racconti che riescono a far emergere i tempi che stiamo vivendo. Che ne pensi di chi afferma che la narrativa oggi parla solo al passato?

MOM: Non mi pare che la narrativa attuale parli solo del passato, francamente. Se restringiamo il discorso alla sola narrativa italiana recente ci sono romanzi su romanzi molto legati al presente, per esempio tutti quelli che più o meno direttamente trattano del precariato. E ci sono molte altre opere che guardano al futuro o comunque a un altrove distopico o ucronico. Insomma, mi sembra che sugli scaffali delle librerie si trovi un po’ di tutto, ecco, e faccio fatica a forzare una proposta così vasta in una sola casella. Riguardo ai miei racconti, mi sembra trattino temi abbastanza senza tempo (la solitudine, sì, e un certo senso di inadeguatezza, la paura del giudizio degli altri, una malinconia agrodolce, le cicatrici e la fame d’aria). A ben vedere non hanno ambientazioni molto definite né dal punto di vista del tempo che dello spazio, tranne uno che è ambientato a Verona, dove sono nato, e si svolge qualche decina di anni fa, gli altri sono parecchio fumosi da questo punto di vista.

IBIB: “Il vizio di smettere” è un titolo bellissimo e riesce a fotografare perfettamente l’atteggiamento dei tuoi personaggi. Smettere nei tuoi racconti ha un significato ambiguo, sembra sia inteso sia come un desistere dal fare che una reiterazione di atteggiamenti dannosi per sé e per gli altri.

MOM: È un titolo abbastanza ambiguo, aperto a varie interpretazioni, e questo è uno dei motivi per cui lo abbiamo scelto, d’accordo con gli editori. Ha sicuramente a che fare con i personaggi (e viene da una battuta di dialogo tra due di loro), ma oltre a questo dice anche qualcosa di me, del mio rapporto coi vizi e con la scrittura stessa. Ci sono stati parecchi momenti in cui quello che scrivevo non mi soddisfaceva, nel corso degli anni, momenti a cui seguivano periodi di rifiuto. Lascia perdere, mi dicevo, e per un po’ non scrivevo nulla. E poi ricominciavo. Era diventato quasi un tormentone personale, un demenziale inside joke che capivo solo io. Qualche giorno fa ho letto questa frase in un post di Facebook: “Non scriviamo come vorremmo scrivere, scriviamo come possiamo”. Chi l’ha postata non sapeva chi fosse l’autore, ma mi è sembrata molto precisa nel descrivere questa insoddisfazione che ti prende quando quel che scrivi non è all’altezza di quel che vorresti scrivere. Nella mia esperienza, il momento in cui ho accettato di fare il mio senza sprecare energie in confronti impietosi, è stato anche quello in cui ho, come dire, smesso di smettere di scrivere.

IBIB: C’è qualcosa ne “Il vizio di smettere” che non siamo ancora riusciti a scoprire/non è ancora stato svelato?

MOM: Inevitabilmente, sì. Alcuni esempi:

  • pur avendo una storia molto diversa da quella del racconto, una certa maglietta col teschio piena di buchi esiste, e sta in un cassetto del mio armadio;
  • un racconto mi ha messo in crisi perché contiene elementi che temevo potessero ferire una persona che conosco, e che temo non faccia troppa fatica a identificarsi con un personaggio;
  • un altro racconto, se letto in pubblico, mi fa un effetto molto strano, a metà strada tra la commozione e un imbarazzo assassino;me ne vergogno parecchio e allora faccio finta di guardarmi in giro.

IBIB: “Il vizio di smettere” ha una colonna sonora?

MOM: Sì, si trova su Spotify; contiene un pezzo per ogni racconto, più uno dedicato ai ringraziamenti. In alcuni casi le canzoni hanno un legame forte col racconto a cui sono associate, per esempio è il caso di quella dei Tame Impala, che viene direttamente citata nel testo e gli dà anche il titolo. In altri si tratta più di una suggestione, di qualcosa che ascoltavo mentre scrivevo. La playlist è qui.

IBIB: Ogni tanto in rete si riapre il dibattito sulla definizione di racconto. Cos’è un racconto?

MOM: Sui racconti si dicono moltissime cose, però credevo che almeno sulla definizione fossimo tutti d’accordo 🙂

A parte gli scherzi, volendo essere superficiali potremmo prendere in prestito la pragmatica definizione anglosassone, che riduce tutta la questione alla lunghezza: un racconto sta sotto le 8mila parole circa, oltre le 4omila abbiamo un romanzo, in mezzo ci stanno novelette e novella. Se però vogliamo approfondire un po’, personalmente sono combattuto tra due possibili concezioni, e non riesco a decidermi. La prima è che un racconto sia una storia che non contiene abbastanza elementi per essere sviluppata in un romanzo, la seconda che in un racconto la quantità di idee non sia troppo dissimile da quella che starebbe in un romanzo, ma in forma – come dire – distillata, compressa. Probabilmente non mi so decidere perché sono vere entrambe, dipende dal racconto in questione.

IBIB: La tua esperienza con le riviste ha cambiato il tuo modo di scrivere?

MOM: Non ha cambiato il modo di scrivere, ma è stata fondamentale perché mi ha permesso di far leggere i racconti a persone che davano un parere disinteressato (ovvero: non erano amici né parenti). È la stessa cosa che ci si aspetta da un editore, ovviamente, ma con la non trascurabile differenza che alle riviste puoi permetterti di inviare un racconto alla volta, e di vedere come ognuno viene accolto. Questo, soprattutto agli inizi, è qualcosa di inestimabile perché ti permette di capire cosa ti riesce e cosa no, passo a passo.

IBIB: Oltre a scrivere e a tenere un blog (nepente), lavori come social media manager per una grossa casa editrice italiana. I social come hanno modificato la scrittura? E il rapporto tra libri e lettori?

MOM: Dal mio punto di vista la scrittura in sé è qualcosa di abbastanza antisociale, di solito quando apro un file e mi metto a scrivere chiudo tutto il resto, non leggo i messaggi, non apro i social network… Quindi no, non credo l’iperconnessione abbia una ricaduta sul processo creativo; almeno, non sul mio. Quando il libro esce invece è evidente che i social mettono in moto tante cose. Solo venti/venticinque anni fa sarebbe stato impensabile finire un libro e far sapere in tempo reale all’autore che ti è piaciuto (o invece che lo hai odiato e stai per foderarci la cassettina del gatto). Poi credo che ognuno abbia una soglia differente di permeabilità a quello che legge su di sé online, c’è chi se la prende per qualsiasi critica, chi ha le spalle larghissime e se ne frega, è un discorso molto soggettivo. E i lettori, be’, quelli che sono rimasti leggono, ne parlano, fotografano, discutono, consigliano o sconsigliano. Da questo punto di vista mi sembra che i social funzionino bene.

IBIB: Consigli di lettura: tre libri di scrittori contemporanei

MOM: Resto in tema e consiglio tre raccolte di racconti:Euridice aveva un cane di Michele Mari (perché ho perso centinaia di palloni da bambino), Brevi interviste con uomini schifosi di David Foster Wallace (perché Per sempre lassù è uno dei miei racconti preferiti), Sinapsi di Matteo Galiazzo (perché quando finisci un racconto non sai mai cosa aspettarti da quello dopo, ed è una cosa che mi piace molto in una raccolta).

Grazie Michele!

qui la mia recensione de “Il vizio di smettere”

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