Ti racconto Histoire de l’oeil

Pochi mesi fa su Instagram ha fatto la sua comparsa un profilo che ha destato da subito la mia attenzione. Il profilo è quello di Histoire de l’oeil, creato dal critico filosofico Luca Romano, che raccoglie selfie, di vari utenti del famoso social network, in cui il corpo è fotografato senza mostrare il volto. Per poter vedere pubblicata la propria foto basta seguire poche semplici regole, una su tutte abbandonare l’idea di perfezione che ci guida nella scelta delle nostre foto.  È proprio dalle imperfezioni che, secondo Romano, passa la nostra unicità e la lotta alle gerarchie dettate dal giudizio estetico. Con Histoire de l’oeil continua l’indagine sul corpo già avviata da Romano con i progetti “Le Bagnanti”e “Après le bain”.

Si può davvero parlare di libertà di espressione, di appropriazione del corpo e di canoni estetici partendo da un selfie su instagram? Guardando Histoire de l’oeil sembrerebbe proprio di sì per questo ho chiesto a Luca Romano di fare quattro chiacchiere con me.

Cos’è Histoire de l’oeil?

Histoire de l’oeil è un progetto fotografico fruibile tramite un feed instagram sul quale pubblico i selfie senza volto che ricevo tramite Direct o tag, dalle persone, da chiunque.  Ho scelto instagram perché è stato, ed è, lo strumento sul quale il selfie ha trovato il suo luogo ideale.

Come nasce l’idea?

L’idea nasce da studi filosofici, il che può sembrare strano per un progetto fotografico sul selfie pubblicato solo su instagram, ma è così. L’idea iniziale è che nel selfie ci riconosciamo principalmente perché c’è il volto, ma eliminando il volto cosa rimane? Ecco che ho deciso di farmi mandare foto senza volto. In secondo luogo diverse foto sono pubblicate anonimamente, e questo per tutelare la privacy delle persone che decidono di inviarmi i loro selfie. Ovviamente non c’è niente che non rispetti le norme (decisamente migliorabili) di Instagram, però c’è ancora tanto da cambiare nella modalità in cui tante persone vedono e giudicano i corpi (non solo quelli degli altri, ma anche il proprio).

Secondo la Treccani un autoritratto è “un ritratto che un pittore o uno scultore fa di sé stesso. Per estensione, descrizione, in prosa o in versi del proprio aspetto fisico o anche delle proprie qualità morali” mentre il selfie è “un autoritratto fotografico generalmente fatto con uno smartphone o una webcam e poi condiviso nei siti di relazione sociale”. Secondo te la distinzione è ancora così marcata?

Questa distinzione esiste solo nei dizionari e in chi studia queste cose. Quando è nato il progetto ho chiesto spesso alle persone che lo seguivano quale fosse la definizione di selfie, e ho ricevuto decine di risposte diverse. Inoltre è comunemente inteso come selfie quella foto che ha la camera in contatto con il corpo, cosa che quasi nessun dizionario ha all’interno della propria definizione. Chiaramente l’aspetto della condivisione, che invece emerge sempre, è comunque determinante.

In queste settimane di vita del progetto quali sono le domande a cui sei riuscito a trovare risposta e quali invece le nuove curiosità che sono sorte?

Ciò che è emerso con forza è che farsi un selfie senza volto è qualcosa di completamente diverso. Ricercare la propria identità nel corpo porta le persone, alla fine, a cercare quello che hanno di diverso dagli altri, ad apprezzare, in definitiva, i difetti, e non ciò che accomuna, quell’idea standard di bellezza. Ciò che invece sto cercando di capire ora, a circa due mesi dalla nascita del progetto, è il modo con il quale le persone affrontano e vivono il proprio corpo, cosa che all’inizio del progetto non sembrava nemmeno attinente.

I canoni di bellezza nel tempo cambiano e si trasformano. Negli ultimi anni stiamo assistendo, sui social come nella moda, all’emergere del body positivity al risalto delle imperfezioni e all’accettazione di ogni tipo di corpo (almeno in apparenza). È possibile che per una volta i canoni siano stati dettati dal basso con i social e non dall’alto o è solo un’illusione?

Credo stiano emergendo e trovando la loro collocazione moltissime “nicchie” che prima erano totalmente represse e non trovavano sfogo nei canali ufficiali di divulgazione. Tuttavia la repressione estetica è ancora molto forte verso chi non si attiene a determinati canoni e c’è ancora molto lavoro da fare.

Con i selfie non veniamo raccontati dagli altri ma ognuno sceglie come raccontare se stesso. È un azzardo dire che attraverso il selfie passa la riappropriazione del corpo?

No, non è un azzardo, ma bisogna capire, in realtà, se la riappropriazione del corpo non sia altro che una conciliazione con dei canoni. Ogni caso ha bisogno della sua specifica analisi, tuttavia è un percorso necessario e la direzione è quella della riappropriazione.

Il progetto prevedeva ovviamente una partecipazione attiva degli altri utenti di Instagram. Com’è stata la partecipazione? Cosa spinge le persone a donarti un loro selfie?

Sì il progetto sarebbe morto se non fossero arrivate foto, d’altra parte io non sono una rivista che si occupa di fotografia da anni, né un fotografo affermato. Vengo da un altro mondo culturale. Ho studiato e studio il rapporto tra filosofia e fotografia, e forse l’idea del progetto è stata abbastanza forte da renderlo credibile. In ogni caso sarei stato contento se fossi riuscito a pubblicare una foto a settimana, ora ne pubblico 4, me ne arrivano sempre nuove, le persone sono molto interessate e il progetto cresce. Ma la parte più interessante è che si aggiungono persone attive, molto interessate, che commentano e condividono, esattamente nello spirito del progetto, che non è solo una vetrina, ma una ricerca.

Quando il selfie smette di essere vezzo narcisistico e diventa atto politico?

Quando vogliamo raccontare qualcosa, io non sono dell’idea che l’arte debba essere politica, né che debba per forza raccontare qualcosa. C’è tantissima arte che scardina i meccanismi della narrazione. Ma un atto politico non è solo un atto che ha un messaggio, è anche un atto che mette in mostra un problema, una richiesta, un’esigenza.

Vivian Meier diceva “io fotografo me stessa per trovare il mio posto nel mondo” in una società in cui se non sei presente online non esisti il selfie può essere la traccia della nostra esistenza?

Magari per qualcuno sì, ma ogni esistenza è già una traccia. Forse il selfie può creare altre tracce, altri percorsi, mostrare qualcosa. Penso che Vivian Meier si riferisse più alle foto che al fatto che nelle sue foto ci fosse lei ritratta. Era il gesto del fotografare e la creazione fotografica a darle un posto nel mondo, non il suo essere nella foto. Anche un selfie può fare questo, ma ci vuole consapevolezza, e la consapevolezza arriva attraverso lo studio o dopo moltissima esperienza.

Parlando di selfie non possiamo non parlare del giudizio. Come scrivi anche tu il giudizio estetico crea immediatamente gerarchie. Se un corpo non rispetta le regole di perfezione imposte viene immediatamente giudicato ed emarginato. Bersaglio preferito è spesso il corpo delle donne. Sembra che tutti sappiano esattamente quale sia la cosa giusta da fare e non vedono l’ora di darti i loro consigli non richiesti. Se da un lato i social potrebbero aiutare a diffondere un nuovo approccio e una cultura libera da giudizi e pregiudizi (il tuo progetto va in questa direzione) dall’altro sembrano invece il palco perfetto da cui emettere sentenze nascosti da schermi e tastiere. Come si possono trasformare i social da giungla selvaggia a strumento di emancipazione?

Questo è un discorso più ampio di ciò che riguarda i selfie, perché credo che sia nel modo in cui utilizziamo i social il problema. Tuttavia sono fiducioso, sono relativamente pochi anni che esistono i social, e credo che una educazione al loro utilizzo sia solo all’inizio. Non ci sono molte regole su cosa scrivere, cosa far vedere e come farlo. I social vietano solo nudi, sesso, violenza e razzismo. Ma in molti casi ci sono delle zone grigie che sono difficilmente identificabili. Ognuno dovrebbe sapersi autogestire, ma per farlo bisogna imparare a farlo. E credo che ci voglia ancora molto tempo per raggiungere questo risultato in maniera estesa. Detto questo il problema estetico esiste, ognuno di noi deve farsene carico e iniziare a cambiare se stesso e i propri amici, credo che questo possa essere un buon inizio.

Il selfie è uno degli strumenti attraverso cui passa la narrazione di noi stessi. Penso soprattutto a chi sta crescendo ora per cui la costruzione della propria identità passa anche dai social. Oggi a differenza del passato sappiamo immediatamente il pensiero degli altri e il loro eventuale apprezzamento attraverso i like. Non c’è il rischio che per alcuni l’identità si sovrapponga alla reputazione? C’è il rischio di uniformarsi tutti alle aspettative altrui e di omologarsi azzerando differenze ed unicità? (voglio essere esagerata e provocatoria)

Può esserci questo rischio, ma sono abbastanza sicuro che esisteranno sempre persone disposte a non omologarsi e che tracceranno la strada anche per chi non ha la forza o la volontà di percorrerla da solo/a. In ogni caso sono abbastanza ottimista, anche perché è difficilmente separabile la reputazione online da quella offline. Alcuni filosofi parlano di una esistenza onlife, proprio per indicare questa inscindibilità, che è una cosa più forte della sovrapposizione. Ma è anche il Motivo per il quale è impossibile uniformarsi completamente agli altri, semplicemente perché continuiamo (almeno per ora) ad avere un corpo irrimediabilmente offline che ci riporterà ai nostri desideri, alle nostre aspettative e ai nostri dolori.

Se penso ai corpi e alle foto in particolare a quelle in cui non si vede il volto una delle prime cose che mi viene in mente è il voyeurismo, spiare senza essere visti. In letteratura è una figura che ricorre spesso e viene raccontata in maniera fascinosa. Più in generale il fruitore d’arte davanti ad una qualsiasi opera può essere definito come un voyeur. Come si modifica questa figura nella nostra epoca in cui non ci sono più filtri e si è di molto assottigliato il confine tra pubblico e privato?

Inizierei dal termine, dalla sua definizione, che nasce in ambito sessuale, e che poi viene estesa anche in altri ambiti. Inoltre c’è qualcosa che lega fortemente la vista all’opera d’arte (nei musei raramente abbiamo fruizioni d’altro tipo se non visuali). Tuttavia nelle foto noi guardiamo, ma anche se ci fosse un volto ritratto non saremmo visti comunque. Guardare una fotografia (così come guardare un dipinto o una scultura o un’opera d’arte qualsiasi) è un atto privato, ma bisogna capire privato da cosa. La parola privato ha qualcosa in comune con la parola osceno, entrambe escludono, mettono in mostra ciò che non si può vedere, che è negato a qualcun altro. Dobbiamo fare i conti con questo per capire cosa è propriamente nostro, da cosa ci sentiamo realmente colpiti, ciò che ci provoca un reale godimento. Potrebbe essere un metodo per scoprire cose nuove di noi, ma anche per accettare il privato e l’osceno negli altri.

Grazie Luca!

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