Addio fantasmi: incontro con Nadia Terranova

È una fredda e sbrilluccicante serata di dicembre quando entro nella libreria Kublai e trovo Nadia Terranova ad aspettarmi al bancone del bar con un calice di vino, un libro di Roberto Bolano, il suo sorriso radioso e delle scarpe meravigliose. Mentre aspettiamo l’orario previsto per la presentazione chiacchieriamo un po’ delle nostre letture, della sua poltrona viola e del suo girovagare per l’Italia in compagnia di Ida e dei suoi fantasmi. Nadia accoglie ogni lettore che entra con gentilezza ed entusiasmo. È una donna che infonde leggerezza e serenità.

Addio fantasmi” è la storia di Ida che ritorna a Messina per aiutare sua madre nella ristrutturazione della loro vecchia casa. La casa è il teatro della sua infanzia e del vuoto che suo padre ha lasciato dietro di sè quando un giorno è uscito di casa senza farne più ritorno. Ida allora aveva tredici anni e una parte di lei si è fermata a quel giorno che le ha indirizzato tutta l’esistenza. Un libro sulle crepe che ci portiamo appresso, sulle ossessioni che diventano un pezzo di noi, sulle assenze attorno a cui ruotano le nostre vite, sugli oggetti eletti ad appiglio di salvezza, sulla possibilità che non esistano risposte e sui sensi di colpa da cui non riusciamo a smarcarci. È un libro che invita a guardare al buio che ci abita e alla vergogna che indossiamo ogni giorno. Nadia Terranova racconta i luoghi come fossero persone e le persone come se fossero posti da cui allontanarsi o in cui andare a rifugiarsi.

Qui ho voluto riportare una parte della nostra conversazione.

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IBIB: Sono molto contenta che stasera tu sia a Lucera e che ci sia io qui con te. Noi ci siamo conosciute in occasione della presentazione de “Gli anni al contrario”. Un libro che mi è piaciuto tantissimo e che mi è rimasto dentro per un po’ facendomi aspettare con ansia l’arrivo di “Addio fantasmi”. Dopo aver letto “Addio fantasmi” la pila sul mio comodino è aumentata in maniera esponenziale perché non sono riuscita a staccarmene e a leggere altri libri. È la seconda volta che un tuo libro mi fa questo effetto. Prima di addentrarci nella storia di Ida volevo parlare delle difficoltà e delle aspettative che il secondo libro si porta sempre dietro. Il primo è andato molto bene. “Gli anni al contrario” è stato il tuo esordio (prima avevi scritto libri per ragazzi) è stato pubblicato tre anni fa ma è un libro che ha ancora una sua strada e continua a conquistare nuovi lettori. Questa tua seconda prova era molto attesa da tutti. Ti volevo chiedere come sta andando questo libro, come è stato per te scriverlo e se ci sono dei legami tra i due libri.

NT È strano iniziare una presentazione con le sorti dei libri però mi piace perché non ho mai modo di raccontarlo. Sembra sempre che tutto vada bene magicamente. “Gli anni al contrario” l’ho scritto a trent’anni in realtà. È uscito nel 2015 quando ne avevo 37 ma è il libro dei trent’anni. Il libro che mi sono portata dietro tutta la vita e raccontava anche la storia familiare da cui venivo. Ho scritto proprio la storia da cui vengo, non quella che ho scelto di vivere ma quella che mi è capitata in sorte, quella da cui mi sono dovuta anche tirare fuori. L’ho scritto pensando di mettere la mia scrittura al servizio dei fatti, di una storia che altrimenti sarebbe stata dimenticata, sarebbe stata consegnata all’oblio. Mio padre è morto molto giovane quindi avevo voglia di raccontare, di romanzare per carità, ma avevo voglia di raccontare quella storia. Scritto quello tutti ti dicono “E ma adesso il secondo romanzo?! È il più difficile. Lo sbagli di sicuro. Adesso scriverai un paio di romanzi sbagliati” Grazie, eh! E quindi ci ho pensato tanto, anche di non scriverne nessuno di romanzo. In fondo non è un obbligo scrivere romanzi o scriverne uno dopo l’altro se uno non ha reali necessità. Scrivevo libri per ragazzi, scrivevo gli articoli, facevo altre cose. Avevo anche cominciato a scrivere un altro romanzo. Contemporaneamente mentre ti dicono che tanto il secondo romanzo lo sbagli ti chiedono anche quand’è che lo scrivi il secondo romanzo, che l’editore sta aspettando. E io quindi avevo scritto un altro romanzo che non ho mai finito e a un certo punto mi sono ritrovata a ritornare indietro su quelli che sono i miei temi o almeno a quelli che finora lo sono stati: il padre. In questo caso non tanto la vita del padre ma la scomparsa. Il Vuoto. Il padre in questo libro esiste come assenza. Massimo Recalcati ha scritto che forse uno dei tratti costitutivi della paternità è l’assenza. E io in questo libro faccio i conti con questo triangolo figlia, madre e assenza del padre. Il padre non è che non ci sia. Il padre c’è ma si manifesta attraverso un vuoto. “Gli anni al contrario” ha avuto una inaspettata vita. È stato un libro molto strano perché Einaudi l’aveva voluto ma mi aveva fatto aspettare tantissimo. Era un esordio ed è stato pubblicato senza particolari aspettative.  È andato molto bene per il passaparola di librai e di lettori. Quindi è un libro che mi ha veramente fatto capire il valore di stare in posti come questo (ndr. una libreria indipendente) perché è stato tutto merito di chi l’ha letto subito e l’ha consigliato. Non era un libro di punta della casa editrice. Ha cominciato a camminare sulle sue gambe molto presto e poi si è fatto la sua strada. È stato tradotto in Francia e poi ha vinto un premio italo americano quindi ha una traduzione americana che però non è ancora uscita. Questo è andato molto diversamente. Quando ho cominciato a scrivere le prime trenta pagine, un po’ poggiandosi su come era andato “Gli anni al contrario”, un po’ perché nel frattempo magari c’era un’attenzione diversa sulla mia scrittura, da Einaudi si sono proprio innamorati di questo libro. Hanno deciso che ci credevano. È stato già comprato in tantissimi paesi esteri e ha avuto anche un lancio diverso. Da un punto di vista interiore, che è quello più importante, era successo che dopo aver raccontato le mie vicende familiari in terza persona con “Gli anni al contrario” e dopo averle anche molto sviscerate avendo parlato di quelli che erano stati i miei tabù familiari, non soltanto gli anni ‘70 che sono il vestito del libro, ma la vera anima del libro che per me sono la tossicodipendenza di mio padre, l’eroina, l’AIDS, la malattia e tutte quelle cose di cui non si era mai parlato. Io pensavo serenamente di non avere più nulla di bruciante da dire. Invece ad un certo punto un anno dopo mi sono accorta che c’era ancora qualcosa che bruciava, perché io scrivo soltanto se mi sento messa in difficoltà. Non riesco a scrivere delle cose che non mi fanno stare male, che non mi mettono davvero in gioco. Nel senso che penso che ci sono tante altre cose che posso fare piuttosto che scrivere. Mi sono accorta che potevo utilizzare tutto quello che aveva bruciato durante l’adolescenza in questa vita vissuta con questa scomparsa, con questa assenza potevo costruire un nuovo romanzo e così è nato “Addio fantasmi”.

IBIB A settembre su Robinson, inserto culturale domenicale de La Repubblica, è uscita una conversazione tra te ed Annie Ernaux in cui avete chiacchierato su letteratura, scrittura e vergogna (parola che dà anche il titolo al suo ultimo libro). Com’è riuscire a confrontarsi con una scrittrice di quello spessore? Mi viene in mente anche Domenico Starnone che in una sua intervista sui libri che l’hanno impressionato nell’ultimo anno cita il tuo romanzo. Penso al confronto con i grandi, al privilegio non solo di leggerli ma di essere letta da loro.

NT Io credo di avere una madre e un padre letterario (e loro poverini si dovranno accollare questa cosa che non comporta nessun obbligo): Domenico Starnone, di cui vi consiglio tutto, in particolare “Lacci” e “Via Gemito” che sono due capolavori assoluti, e Annie Ernaux. Perché sono produttori di libri che veramente mettono in gioco tutto ciò di cui ci vergogniamo. Tu hai usato questa parola chiave la vergogna e io ho detto prima che non scrivo se non mi sento messa in difficoltà. Io non credo nel valore edificante della letteratura se non in senso involontario. Si leggono cose molto belle e si sente quella pienezza di spirito, quella bellezza che naturalmente ci porta anche ad una condizione del sentirsi felici, bellezza di parole scritte, di musicalità della lingua ma non credo che la letteratura debba fornire una lettura edificante della vita credo che debba rappresentarla com’è anche nei suoi aspetti più sgradevoli. Anche Starnone è un maestro di questo. Su questo ci siamo molto trovati con Annie Ernaux. Annie Ernaux è una persona molto generosa. Riconosci subito i grandi scrittori, come in generale le grandi persone, perché non sono avari e non stanno difendendo un orticello, non si sentono minacciati dal nuovo. Domenico Starnone è uno scrittore di più di settant’anni che continua a leggere gli scrittori nuovi, giovani intendo la mia generazione quindi quarantenni e anche probabilmente meno. Lui spesso ha parlato anche di Marco Peano, Antonella Lattanzi e altri scrittori perché davvero li legge. Durante un incontro pubblico mi ha raccontato anche il perché: ha il terrore di avere tra le mani il capolavoro e non saperlo riconoscere. È una cosa che fa una grandissima tenerezza ma che fa anche capire la statura di un uomo che i capolavori li scrive e che si sente inadeguato a riconoscere quelli degli altri e magari di gente anche più giovane. Credo che siano scrittori da cui c’è soltanto da imparare perché poi succede questa cosa, in parte è successa anche con Alessandro Leogrande, che poi quando non ci sono più diciamo tutti che sono grandissimi invece a me piace “sfruttarli” quando sono in vita e quindi sinceramente pensando che Domenico Starnone è vivo, che io posso fare degli incontri pubblici con lui o andarlo ad ascoltare se parla in pubblico, io utilizzo questa cosa.

IBIB Ida, la protagonista del libro, è siciliana ma vive a Roma. Sposata da dieci anni, lavora in radio scrivendo finte storie vere. È scappata da una famiglia piena di silenzi e di tormenti composta da lei, dalla madre e dal padre che è andato via quando lei aveva tredici anni. Ad un certo punto deve tornare a Messina perché sta crollando il tetto della casa. Ida è una donna che per sopravvivere si è costruita una corazza. In lei il sentimento di vergogna, di cui parlavamo prima, è molto forte ed è strettamente legato al senso di colpa. La vergogna e il senso di colpa sono per Ida, la protagonista del libro, una specie di bolla che lei mette a protezione degli altri. I suoi occhi si portano appreso un dolore esposto a cui possono avvicinarsi solo pochi eletti. Protezione che con cura mette anche tra sé e i suoi fantasmi e che non le permette di lasciarsi andare.  

NT  La casa per Ida non è soltanto un nido, è l’immagine di un posto che ripara ma anche di un posto che può minacciarti. Lei torna e deve acquisire consapevolezza non tanto di ciò che non sa ma di ciò di cui ha fatto finta di non sapere come spesso ci accade nella vita. È chiaro che se vi parlo di questa donna, della sua età e dei suoi luoghi geografici capite che le ho dato moltissimo di me. È chiaro che Ida non sono io, le sue vicende strettamente biografiche non sono le mie ma le ho dato tutto quello che potevo perché avevo voglia di scrivere un romanzo in prima persona. Stavolta avevo voglia di inventare un io, di inventare una lingua che fosse magica, ossessiva. Di entrare veramente nella mente  di una persona e di raccontarne tutto: i sogni, le ossessioni, le fissazioni, le patologie, quasi tutto quello che di più sgradevole e vergognoso c’è dentro di noi, e quindi renderla simile a me mi aiutava moltissimo. Situarla geograficamente, poter raccontare Messina, la regione dello Stretto. Una regione non tantissimo raccontata. Raccontata da alcuni grandi capolavori legati alla mitologia ma ancora poco alla narrazione. Ho potuto reinventare una città grazie al fatto di usarla come la mia, di scegliere la mia. E quindi ho raccontato questa storia per raccontare quello che avviene quando viviamo delle mancanze profonde, dei vuoti che tutti noi abbiamo e intorno ai quali costruiamo la nostra vita. Io credo che la vita di chiunque sia costruita intorno alle presenze ma anche intorno alle assenze alle amputazioni. Sarà anche che io sono cresciuta con due nonne. Quella materna e quella paterna, entrambe avevano perso due figli quindi avevano provato questo dolore che è il più grande che si possa immaginare e quindi sono cresciuta sin da bambina con questa fortissima idea della perdita ma anche della possibilità di sopravvivenza alla perdita. Del dolore che entra a fare parte della tua vita quotidiana e che non esclude la felicità. Prima stavo leggendo questo libro in cui c’è un’intervista a Roberto Bolano dove ci sono queste quattro righe che sono una lezione di vita. In questa intervista chiedono a Bolano “Qual è la cosa che le fa più ridere?” E lui dice “Le disgrazie mie e altrui” “E qual è la cosa che la rattrista di più” E lui dice sempre la stessa “Le disgrazie mie e altrui”. Per cui nei miei libri anche nei più dolorosi, e questo è forse il più doloroso che abbia scritto, cerco forse non di fare ridere ma di tenere aperta anche una finestrella da cui entra la luce perché c’è sempre anche nel fondo del dolore più nero. Ida è una persona molto addolorata, molto arrabbiata, piena di paure, di diffidenza anche nei confronti degli altri, chiusa, che si è costruita una sua vita per cercare di riparare a quella offesa che sente che la vita le abbia fatto. Però come suggerisce anche il titolo io spero che si vada anche verso un sollievo.

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IBIB Hai parlato del vuoto. Nel tuo libro è strettamente collegato alla scomparsa del padre di Ida. C’è questa mancanza forte che Ida sente. È un libro pieno di dolore ma scritto in una maniera luminosa, cosa che lo rende molto particolare. Nonostante in questo libro tu parli del vuoto sei riuscita in qualche modo a renderlo fisico, anche se Ida prova un vuoto emotivo, sei riuscita a descriverlo attraverso gli oggetti, la casa, i ricordi (fatti dai luoghi, di Messina) Come si racconta qualcosa che non c’è ma che si prende tutto lo spazio?

NT Io sono partita da un dato molto cerebrale. Quando ho cominciato a scrivere questo libro, le prime 30 pagine su 50 su cui sono stata quasi un anno, erano tutte intorno alla sparizione del nome. Quindi io mi ero fissata sul nome. Il libro è diviso in tre parti: Il nome, il corpo e la voce. Tutto il primo anno io l’ho passato a ragionare sul nome perché la mia personale ossessione era la sparizione del nome dai discorsi insieme alla sparizione della persona. Quando muore qualcuno ma anche quando qualcuno ci abbandona anche senza arrivare ad un lutto, quando c’è una separazione o un divorzio o qualcosa di doloroso, quel nome non viene più pronunciato. Questa cosa all’interno delle famiglie crea un tabù. Intorno a quel tabù si riassesta la famiglia. Quel nome di battesimo ma anche il nome come funzione familiare (padre, madre, zio, fratello) non diventa più neutro, diventa doloroso. L’ho vissuto diverse volte nella mia famiglia, l’ho osservato nelle famiglie degli altri, lo vedo anche nei rapporti che non sono familiari quando uno si chiede cosa fare con quella persona che ha avuto una perdita. Nominarlo o non nominarlo è peggio o è meglio?! Quel nome diventa il problema. Io sono partita dal nome. Quel nome che Ida e la madre non hanno più pronunciato perché era troppo doloroso. Questo nome che addirittura compare. Ad un certo punto loro sono su una spiaggia e sentono una madre che chiama il bambino e si chiama Sebastiano, che è lo stesso nome del padre. Restano immobili perché hanno fatto tanto negli anni per non pronunciare quel nome che adesso riecheggia sulla spiaggia e si sente soltanto quello. Questa è una sensazione che io conosco molto bene. Però ad un certo punto dopo 50 pagine di ragionamento intorno al nome mi sono accorta che era un romanzo tutto mentale. Un padre scompare, una figlia è quasi adolescente il romanzo deve essere corpo, deve essere fisico. Se il corpo di tuo padre non c’è più qualcosa succede nel tuo di corpo che sta per diventare un corpo adulto. Ha a che fare con la tua sessualità, con quello che tu pensi del tuo corpo e del corpo degli altri, come ti relazioni con gli altri, con lo sguardo maschile che non hai più. E quindi è nato il corpo ed è diventato un libro molto fisico, ne aveva bisogno secondo me per cui c’è, anticipato da questo sogno in cui lei sogna di disseppellire il corpo di suo padre perché chiaramente per chi vive un lutto il corpo ha un senso, per chi vive una scomparsa ne ha un altro ancora. Lei vive l’impossibilità di dare una sepoltura. Quindi la sepoltura non è qualcosa di doloroso ma è qualcosa a cui lei tende, magari avesse un corpo da seppellire invece questo corpo non c’è e il lutto è ancora più paradossale da elaborare. Certi lutti somigliano a scomparse. Io ho utilizzato il mio che assomigliava ad una scomparsa però effettivamente la scomparsa ha tutte altre linee di problemi che sono molto fisici.

IBIB Leggendo il libro si ha l’impressione che l’unico dolore che esista per Ida sia quello della sua famiglia per il padre scomparso. Abbiamo una prova di questa chiusura al dolore altrui da parte di Ida nel suo scambio con Sara. Quando le due vecchie amiche si incontrano Sara con una certa durezza le sbatte in faccia tutte le sue mancanze e le racconta il suo di dolore, quello che Ida non è riuscita a vedere. Mi sono resa conto di come spesso quando soffriamo per un dolore tendiamo a personificare quel dolore e non riusciamo ad incastrarci con quello degli altri.

NT Hai delimitato la semantica di quello che mi interessava. In estate avevo già chiuso il libro quindi non posso dire che mi abbia influenzato però mi ha rispecchiato. Ho letto questo libro di Helen Macdonald, scrittrice, poetessa e saggista inglese, che ha pubblicato “Io e Mabel” per Einaudi. Un memoir in cui racconta quello che le è successo quando la Macdonald riceve la notizia della scomparsa improvvisa di suo padre. Ha un momento di crollo depressivo molto forte per cui si chiude, si isola dal mondo. Decide che nient’altro la interessa se non la falconeria. Quindi prende un rapace e lo alleva. Attraverso questo rapace, nei lunghi capitoli che compongono questo libro, pian piano si riavvicina al mondo. È un libro di una bellezza assoluta. Ad un certo punto dà una definizione del dolore che io ho trovato esatta. Lei dice: succede così se qualcuno entra in una stanza e prende a calci tutte le persone che ci sono, tutte le persone provano lo stesso dolore ma tutti si chinano sulla propria pancia lì dove hanno ricevuto il calcio e ognuno pensa all’inizio soltanto a se stesso, soltanto dopo quando piano piano sta per passare si girano e chiedono agli altri come stanno. Questo è quello che succede quando soffriamo. All’inizio esiste soltanto il nostro dolore ci guardiamo intorno e non capiamo perché e giudichiamo gli altri in base a quanto ci stanno vicino, quanto ci capiscono etc etc . Tra Sara e Ida ho costruito qualcosa di simile. Succede che anche Sara ha un dolore, anche abbastanza grave, soltanto che Ida non ha ancora finito il suo. Non so se è soltanto colpa dell’egocentrismo. Sta di fatto che queste due persone ad un certo punto smettono di incontrarsi. In questi giorni c’è “L’amica geniale” e qualsiasi cosa voi ne pensiate è comunque un affresco interessante dell’amicizia femminile quella che accade, accade anche ai maschi sicuramente magari con qualche dinamica diversa. Tutte le ragazzine sanno che ad un certo punto finita l’infanzia, l’adolescenza c’è un’amica con cui facciamo tutto. Dormiamo, facciamo i viaggi, addirittura se ci mettiamo con qualcuno ci sembra di tradirla. Si vive una cosa che non si vivrà mai più nella vita. E a un certo punto quella amicizia finisce e si danno tanti motivi. Sara quando incontra Ida le dà un motivo che magari per chi legge è straniante. Ha ragione Sara però secondo me ha ragione anche Ida quando dice si questa cosa è vera, è successa io forse non me ne sono resa conto ma la nostra amicizia sarebbe finita comunque. Perché quella cosa lì finisce, arrivati all’età adulta finisce e diventa comunque un’altra cosa. O finisce del tutto o si trasforma. Ne rimane il ricordo però quella modalità simbiotica finisce con l’adolescenza.

IBIB Quando ho letto “Addio fantasmi” Ida mi ha ricordato la Chiara D’Auria di “Passaggio in ombra” di Maria Teresa Di Lascia. Entrambe mi hanno dato la sensazione di guardare tutto da un filtro per proteggersi. Ci sono dei libri che direttamente o indirettamente sono entrati in “Addio fantasmi”?

NT Maria Teresa Di Lascia la amo particolarmente. Amo “Passaggio in ombra”. È uno dei miei libri preferiti. A Chiara D’Auria non ci ho pensato razionalmente mentre scrivevo. Io mentre scrivevo ho pensato razionalmente a tre cose: la tragedia greca, a Conversazioni in Sicilia e all’Odissea. Questi erano i miei riferimenti è chiaro però che poi sotterraneamente entra tutto, anche i libri che hai letto vent’anni prima. Effettivamente Chiara D’Auria è un personaggio attraverso la cui voce petulante ed ossessiva si racconta un’intera società, un paese e tutta una dimensione anche mitologica quindi grazie di averla nominata.

IBIB Il libro si apre con una dedica ai sopravvissuti

NT Quando ho scritto questo libro volevo dedicarlo ad una persona che non c’è più. Poi ad un’altra che non c’è più. Ho messo due dediche a morti. Ad un certo punto ho guardato questa dedica mentre stavo finendo di scrivere e ho pensato che avrei voluto dedicare il libro a chi resta. Avevo letto una poesia di Patrizia Cavalli molto bella sui morti e su quello che noi proiettiamo, su quello che noi pensiamo che a loro piacerebbe e che è invece un po’ un’illusione nostra. Il libro serve dedicarlo a chi c’è e a chi facendo tesoro di questo mondo, in cui secondo me comunque ci sono i vivi e i morti insieme, va avanti. E per la prima volta quando ho scritto ai sopravvissuti, l’ho scritto quasi in trance, l’ho guardato e ho pensato “ah ho dedicato un libro anche a me stessa oltre che a tutti”. Perché siamo tutti sopravvissuti a qualcosa. Mentre lo scrivevo ho capito che chiunque avrebbe potuto leggerlo e pensare è dedicato a me

Grazie Nadia! 

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