Le tue stesse parole

Spesso l’universo ci invia dei segnali che noi ci ostiniamo a non voler vedere. Non importa se questi si materializzino attraverso dei piccoli dettagli o delle scene terrificanti il più della volte la nostra reazione è girare lo sguardo dall’altra parte. Capita però che nonostante la nostra ostinazione le cose ci vengano sbattute in faccia. 

Un segreto può nascondersi ovunque anche in un libro. Di segreti è fatto questo racconto che Elena Ramella mi ha donato e che io ho il piacere di condividere con voi.

Buona lettura!

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Quel mattino, quando era uscita per andare in biblioteca a restituire alcuni libri, non aveva visto altro che corvi. Per strada, sul bordo del marciapiede, ogni cinquanta metri c’era un piccione morto, un topo morto, o un cadavere impossibile da identificare, e un gruppetto di corvi neri intenti a strappare col becco affilato nervi e piccoli pezzi di carne. Sembrava una strage. Era rabbrividita, stringendosi la giacca intorno al corpo per ripararsi dal vento freddo e dalla sensazione di disagio che sentiva crescerle dentro. In giro non c’era nessuno, la città sembrava abbandonata; aveva ascoltato il rumore dei suoi passi nel silenzio delle strade che attraversava, e aveva guardato con la coda dell’occhio la moria di animali e la voracità dei corvi. Si era tappata il naso passando accanto ad un piccione più grosso della norma, morto da più tempo degli altri, già in fase di putrefazione. Il poco sangue che usciva da quei corpi si era rappreso sull’asfalto, mescolandosi alla polvere e ai sassolini neri. Aveva camminato più in fretta, corrugando la fronte, cercando di non farci caso; non credeva ai presentimenti, non credeva alle superstizioni, non credeva a chi diceva di avvertire su di sé le catastrofi prima ancora che accadessero.

Aveva lasciato i libri sul bancone ed era salita al piano superiore per prenderne degli altri. Era andata a colpo sicuro verso lo scaffale dove sapeva di aver nascosto un romanzo che voleva leggere da tempo, e che non voleva qualcuno prendesse in prestito prima di lei. Aveva firmato il cedolino, aveva infilato i libri nella borsa di tela, ed era uscita. Il cielo era diventato ancora più grigio, le nuvole ancora più nere, gonfie e pesanti. Avrebbe potuto piovere da un momento all’altro, e lei era senza ombrello. Sarebbe potuto scoppiare un temporale da un momento all’altro, ma tutto per il momento sembrava essere immobile; era quello che si intendeva quando si parlava di “quiete prima della tempesta”. Prima di un temporale dicono che l’aria inizi ad essere attraversata da una corrente elettrica, da una tensione che si trasmette ai nostri corpi, come un fulmine su un ramo. I topi morti erano ancora lì, sull’asfalto, a farsi beccare la testa dai corvi affamati. Si era chiusa la porta di casa alle spalle, e aveva tirato un sospiro di sollievo stringendosi la borsa di tela contro il petto. Aveva appoggiato i libri sulla scrivania guardandosi intorno e cercando un posto provvisorio dove metterli; lo spazio in camera ormai scarseggiava, aveva iniziato a costruire torri di libri per terra, accanto al comodino, dal suo lato del letto, sul perimetro della stanza. Si era sollevata sulla punta dei piedi quando aveva visto un angolino libero nella libreria. Avrebbe solo dovuto mettere in verticale alcuni libri di Luca, e anche i suoi ci sarebbero stati. Li aveva presi con entrambe le mani, facendo attenzione a non farli cadere, li aveva stretti tra le braccia in maniera scomposta, l’angolo di una copertina rigida le si era conficcato nell’avambraccio e le aveva lasciato un segno viola. Li aveva appoggiati per terra perché non aveva saputo dove metterli. Erano scivolati l’uno sull’altro, le copertine flessibili si erano rivoltate creando piccole capanne sul pavimento. Un foglietto bianco era colato come sangue da uno dei libri che si erano aperti a metà, dove la costa era diventata più debole sotto la pressione delle mani nervose del lettore. Lo aveva raccolto in silenzio, sentendo il freddo delle mattonelle sotto alle ginocchia nude. Aveva esitato. Poi l’aveva aperto. Era piegato in quattro, la carta era sottile e l’inchiostro era passato da parte a parte.

“Adoro il modo in cui, guardandomi negli occhi, tenendomi il viso tra i palmi delle mani, mi dici sei bellissima, lo sai?

La data, scritta in piccolo, con una calligrafia scomposta e confusa, era quella di poche settimane prima.

Sei bellissima, lo sai? Lo diceva anche a lei. Era riuscita a riprodurre perfettamente, mentalmente, il suono della sua voce quando le diceva quelle parole. Conosceva quell’intonazione a memoria. L’avrebbe riconosciuta tra mille. Era riuscita ad immaginarselo: gli occhi negli occhi, le mani messe a mo’ di coppa intorno alle sue guance, e poi le parole, sei bellissima, lo sai?

Così neanche lei era speciale. Neanche lui lo era. Neanche loro lo erano. Così dovevano andare le cose, evidentemente. Aveva creduto di essere insostituibile, la realtà è che siamo insostituibili, è vero, perché siamo uno diverso dall’altro, e nessuno potrà mai prendere il nostro posto. Eppure le persone cambiano, il tempo passa, i desideri, le abitudini, la vita cambia, molto semplicemente. Forse lei non era più quello di cui lui aveva bisogno. Non l’avrebbe sostituita, l’avrebbe messa da parte. Avrebbe creato un angolo nel suo corpo e nella sua mente per un’altra donna, ma quella donna non sarebbe mai entrata nell’angolo dove c’era anche lei. Sarebbero state una accanto all’altra, una diversa dall’altra, e avrebbero spartito lo spazio dei suoi pensieri.

Aveva ripiegato il foglietto con delicatezza, lo aveva rimesso nel libro dal quale era caduto, aveva finito di sistemare i libri e si era alzata in piedi, troppo in fretta, la stanza si era messa a girare intorno a lei. Aveva chiuso gli occhi, aveva aspettato che passasse. Forse i corvi avevano ragione, si era detta riempiendosi un bicchiere di acqua, appoggiata al bordo della penisola della cucina. Si era immaginata di beccargli la testa fino a vedere il sangue colare sulle piastrelle della cucina. Si era immaginata di vederlo schiantato a terra, inerme come i topi sull’asfalto, le cervella sparse intorno a lui.

«Ciao!»

Aveva mandato giù l’ultimo sorso d’acqua, gli era andata in contro in corridoio.

«Ciao.»

«Come va? Che hai fatto stamattina?» le aveva chiesto sfilandosi la giacca e dandole un bacio sulla guancia.

«Sono andata a restituire dei libri, e ne ho presi altri.»

«Non smetti mai, eh?»

Lei aveva sorriso guardandolo a braccia conserte.

«Che c’è? Qualcosa non va?»

«No, no, figurati. Sto bene.»

Le aveva preso il viso tra le mani. Sapeva di aria umida, legna bruciata e polvere. Aveva sentito il suo respiro ancora affannato dopo aver salito le quattro rampe di scale a piedi.

«Sei bellissima, lo sai?»

Davanti ai suoi occhi c’erano stati solo i piccioni sventrati, l’asfalto ruvido e doloroso, le nuvole pesanti, il foglietto di carta, l’odore di pelle che ancora conservava, l’inchiostro blu, il sangue rosso dei topi, il bianco delle pagine dei libri, il nero di una copertina, il verde dei suoi occhi, la città vuota e silenziosa, le lenzuola del loro letto.

***

Elena Ramella, classe 1995, studentessa di Lettere all’Università di Torino. Esordisce nel 2015 con Lettere dalla notte, una raccolta di racconti edita da Edizioni LaGru. Nel 2016 esce Melograno, romanzo breve edito da Echos Edizioni. Studia un anno in Francia, presso l’Université de Savoie. Nel frattempo continua a pubblicare racconti on-line, collaborando con Readers for Blind, TanteStorie e l’Inquieto Magazine.

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