Gli occhi vuoti dei santi: incontro con Giorgio Ghiotti

Nato a Roma nel 1994, Giorgio Ghiotti è abile nel raccontare storie che snocciola sotto forma di romanzo, racconto o poesia. Con “Gli occhi vuoti dei santi“, pubblicato da Hacca, torna alla forma racconto per assecondare un’ossessione. 

Una raccolta di dodici storie brevi incentrate sui rapporti. Il rapporto con sè stessi e gli inconfessabili desideri che celiamo. Il rapporto con i padri, la loro vita precedente e le fragilità che emergono nonostante la loro opposizione. Il rapporto complicato con l’amore che ci fa immolare quasi sempre per la persona sbagliata. I rapporti legati stretti che forse determinano una famiglia più del sangue. E poi i santi, le loro storie impresse su un calendario a darti l’impressione di una coincidenza con le piccole lotte quotidiane. 

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IBIB: Per gli occhi passa il desiderio e la comprensione. I santi sono qualcuno a cui ci affidiamo spesso ciecamente. Come nasce “Gli occhi vuoti dei santi”?

GG: Gli occhi vuoti dei santi nasce dall’amore sconfinato che ho per i racconti, sia da lettore che da scrittore. Volevo scrivere, a sette anni di distanza da Dio giocava a pallone, una nuova raccolta di storie; in queste, però, è entrato prepotentemente l’elemento inquietante, probabilmente frutto della lettura dei sudamericani, lo stile talvolta asciutto e persino “cattivo” alla Fleur Jaeggy. Su tutto, mi interessava lavorare alle trame, terreno sul quale mi sembrava d’essere più debole. Poi, come spesso accade, le parole si sono messe in fila, le ossessioni anche, e così ecco apparire, quasi da subito, i padri, grandi presenti (e assenti) del libro. Insomma, è un libro nato da un desiderio, e deviato poi da una necessità, e modellato dopo ancora dalle mie ossessioni.

IBIB: “Casa, sulla sua lingua, era una parola appena imparata, ancora vergine appresa per istinto” mi fa pensare all’istintività del senso di appartenenza, di riconoscere e scegliere un posto, delle persone da chiamare casa. In questa raccolta non troviamo un solo modo di essere famiglia o la costruzione classica della famiglia che passa necessariamente dai legami di sangue. Cosa secondo te è una famiglia?

GG: Che cos’è la famiglia, mi chiedi. Mi verrebbe da dire che è quel luogo altamente patogeno dove tutti gli istinti – benevoli e malevoli – crescono e si nutrono, manifestandosi. Alcuni antropologi hanno avanzato l’idea che l’unico legame di sangue imprescindibile per la famiglia sia quello madre-figli*, escludendo di fatto anche il padre (è il modello cosidetto matrifocale). Ma nemmeno questo riesce a spiegare che cosa è una famiglia. Remotti utilizza Wittgenstein per rispondere alla domanda ‘che cos’è la famiglia’, prendendo in prestito il concetto di ‘somiglianze di famiglia’ applicate dal filosofo ai giochi e ai numeri: i giochi sono solo una serie di attività diverse che mostrano una qualche forma di somiglianze di famiglia. Io credo, fortissimamente credo, che la famiglia si “esercita” (o si “compie”) fuori dai legami di sangue, si esercita attraverso una scelta libera, e che dal sangue si ereditano, il più delle volte, solo malattie genetiche e rogne. Per questo le famiglie de Gli occhi vuoti dei santi sono famiglie normali, cioè atipiche come tutte le famiglie del mondo. Chi non ha pensato, anche solo un momento, di voler dare fuoco alla propria casa? Chi non ha desiderato, per un attimo, il fallimento del prossimo? 

IBIB: Ne “Gli occhi vuoti dei santi” capovolgi felicemente un luogo comune mostrando la fragilità dei genitori e la cattiveria dei bambini.

GG: E’ proprio così. I genitori sono fragili non in quanto genitori, ma in quanto creature. Tutti noi abbiamo enormi fragilità, e fissare qualcuno in un ruolo non fa altro che accentuare quelle fragilità, imponendo però di nasconderle. Una pazzia – e infatti spesso qualcuno impazzisce. La cattiveria dei bambini è ormai un tema anche narrativamente noto, per fortuna: pensa a libri come “Certi bambini” di Diego De Silva, o a “Dei bambini non si sa niente” di Simona Vinci. 

IBIB: Racconti dei genitori, in particolare di padri visti dai figli senza la patina dell’eroe. Riconosciuti come uomini e non solo confinati nel loro ruolo. Ad un figlio è spesso preclusa la possibilità di conoscere la vita precedente del proprio padre, un gap che non riuscirà mai a colmare e che porta in alcuni frangenti a ritrovarsi di fronte uno sconosciuto.

GG: Mi ha sempre attirato l’idea, pure a volte sconvolgente, di dover tornare a conoscere i propri padri. E’ come nelle storie d’amore: tu arrivi a un certo punto della vita della persona amata, ti ci metti insieme, condividi del tempo da quel momento in poi. Ma la vita pregressa? Va recuperata, conosciuta, compresa. Non giudicata, soprattutto. Siamo sempre manchevoli di qualche pezzo dell’altro, ci mancherà sempre tutta la sua infanzia, la sua adolescenza, la prima giovinezza, ovvero gli anni più importanti e conturbanti della vita. Non conosciamo mai davvero nessuno, c’è sempre una percentuale sconosciuta nelle persone anche a noi più vicine. E, direi, per certi versi è un bene.   

IBIB: “io e te scambiamo sempre i bisogni degli altri per amore, ecco il guasto. Noi ci incantiamo per due paillettes, e gli altri si prendono i diamanti e scappano col bottino” l’amore come un martirio?

GG: Non come un martirio; l’amore, talvolta, come un appuntamento mancato, pure partendo dalle stesse (buone) intenzioni. Chiara Valerio, nel suo ultimo libro “Il cuore non si vede“, scrive: “Carla lo voleva fino a un certo punto, e lui la voleva da un certo punto in poi. Dunque, per loro due, quel punto era l’unica possibilità”. 

IBIB: In molte delle storie che racconti in questa raccolta c’è una familiarità con la morte. La scomparsa di una persona come elemento naturale dello scorrere della vita.

GG: Gran parte dell’Occidente teme la morte, la esorcizza, ne è paralizzato. Persino il cristianesimo, che invece dovrebbe essere in questo senso una delle religioni più “risolte”, innesta una serie di contraddizioni quando si parla di morte. Pensa al matrimonio, alla formula “finché morte non ci separi”. Il legame coniugale, che su questa terra è stato dichiarato definitivo e indissolubile, esiste ancora nell’aldilà? Se sì, si rischia di cadere in una situazione simile alla poligamia (nel caso di seconde nozze e terze nozze ecc), se no, vuol dire che per i cristiani la morte è più forte dell’amore, persino dell’amore sacralizzato. Sarebbe l’esatto opposto di quel che insegna Harry Potter: l’amore è un incantesimo più risalente della morte. 

In America Latina non esiste la paura della morte, perché non esiste propriamente un aldilà e un aldiqua contrapposti: esiste un qui-e-ora-per-sempre. È il motivo per il quale, quando una delle protagoniste di Cent’anni di solitudine di Márquez ascende al cielo con le lenzuola ancora tra le mani (le stava piegando), le altre donne non si stupiscono, non si disperano, ma solo commentano: ” poteva almeno lasciarci le lenzuola!”. 

IBIB: Leggendo “Gli occhi vuoti dei santi” ho pensato ai piccoli momenti di nascita che viviamo quotidianamente. Un continuo rinascere per avvicinarci a quello che siamo. Ai tanti diversi tasselli che mettiamo ogni giorno nella costruzione della nostra libertà.

GG: Ti rispondo con il verso di una poesia che ho scritto qualche tempo fa, ancora inedita: “il percorso di vita di un uomo dura il tempo di pianificare una vita”. Quindi sì, viene da pensare anche a me che è proprio come dici tu. 

Grazie Giorgio!

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