Giovanissimi: incontro con Alessio Forgione

Scartare un pacchetto di sigarette, prenderne una e trattenerla delicatamente tra le labbra aspettando che la fiamma faccia il suo dovere (eventualmente offrirla o condividerla con qualcuno). Aspirarla per poi buttare fuori il fumo lentamente. L’azione meccanica ripetuta. Il corpo lontano da tutto, al centro di tutto. Schiacciarla per spegnerla. Passare all’azione successiva con l’odore che ti resta incollato addosso fino a mischiarsi con il tuo e diventare parte di te. Maneggiare un dolore, nella mia testa, è fatto dagli stessi gesti, dalla stessa voglia di soffiare fuori il groviglio che si forma dentro e di trattenerne, anche contro la nostra volontà, piccole particelle fino a farle diventare un pezzo di noi.

Di sigarette fumate in Giovanissimi di Alessio Forgione (NN Editore) ce ne sono tante, di dolori anche. Dolori minori e uno gigantesco che ti schiaccia anche se provi ad opporti. Forse non è il dolore che vuoi scacciare ma la paura che ammanti tutto quello che fai e che finisca per assomigliargli. Innamorarsi come forma di resistenza.

Copy of Copy of Copy of Copy of Per giorni e giorni senza che nulla accadesse. Il mare vuoto, vuota agitazione di memorie e di membra senza attesa. E un giorno tu compari sull'orizzonte. Due punti che si guard (1)

IBIB: Come nasce la storia di Giovanissimi?

AF: È un insieme di vicende che mi sono successe o che ho visto succedere e che ho collocato nella vita di questo adolescente che si chiama Marco Pane, per gli amici Marocco, e che ha 14 anni.

IBIB: Da più parti ci si riferisce al tuo romanzo come ad un romanzo di formazione e a me pare che, oltre a Marocco e agli altri Giovanissimi, il percorso di formazione più impervio sia quello del padre. Un uomo che vede cambiare la sua vita da un giorno all’altro e che passa dall’occuparsi del figlio al crescerlo. Un uomo che va per tentativi, un rapporto che cambia e si rinsalda.

AF: Sì, tutti i personaggi hanno una certa evoluzione e quella del padre mi soddisfa particolarmente. Perché all’inizio ha con il figlio un rapporto duro, questo sì e questo no e questo non si fa, e poi diventa una sorta di complicità silenziosa. Forse perché si rende conto che non può proteggerlo o che proteggerlo implica non farlo vivere abbastanza.

IBIB: Il mondo dove si muove Marocco (l’assoluto dell’adolescenza, il gruppo di amici, il calcio) ha delle regole da rispettare per stare a galla. Ogni minima differenza dall’altro, ogni scarto tra quello che sei e quello che dovresti essere sembra un abisso che spaventa e fa sentire estremamente soli.

AF: Sono d’accordo. L’adolescenza è un’età assolutamente conformista, nel modo più brutto possibile. Forse perché siamo spaventati e non sappiamo molto, ma di certo desideriamo essere e apparire come gli altri; le stesse scarpe o gli stessi jeans e a volte davvero tutto si riduce soltanto a questo.

Anche lo sport può diventare una forma di conformismo rigoroso. Infatti l’ho mollato presto, per consegnarmi alla musica, e alla solitudine di ascoltare quello che per gli altri era casino e basta. E ho fatto bene.

IBIB: Dopo l’abbandono della madre, amore per Marocco significa dolore e mancanza, qualcosa da cui difendersi per non soccombere. La corazza con cui si protegge cade poco alla volta fino a disintegrarsi definitivamente quando arriva Serena. Serena è la scoperta del corpo, è imparare ad amare nonostante la paura ma è anche l’avvicinamento verso una parte di sé volutamente taciuta. Al telefono Marocco le dice “E comunque io sono Marco” svelandosi davvero per la prima volta.

AF: Serena gli insegna a leggere. Gli svela il mondo e dà un nome alle cose – e le cose quando non hanno un nome esistono, ma non fino in fondo. Serena, ecco, potrebbe essere Eva e Marocco potrebbe essere Adamo e Soccavo, che li contiene, così proseguendo, apparirebbe come il giardino dell’Eden, e sarebbe davvero un far viaggiare di molto la fantasia.

IBIB: La violenza e lo spaccio sembrano solo gesti come altri per affermare la propria esistenza, il proprio potere. I luoghi in cui si muovono sono fatti di niente, poche cose rotte e ampi spazi vuoti. Credi che i luoghi determinino le persone?

AF: Sì, un po’ di certo. Però sono anche convinto che a costo di buttare i muri a terra a suon di testate, possiamo diventare quel che vogliamo.

Come Marocco, anche io sono cresciuto e vivo a Soccavo, che certamente non è un quartiere noto per il fermento culturale, e di cui mi sento parte, un prodotto e non estraneo né un abitante speciale o chissà cosa, eppure scrivo romanzi da dove non c’è un cinema né un teatro e c’è solo una libreria, piccolissima, molto scarna, e certamente partire da certi punti rende il viaggio più lungo e difficoltoso, ma il viaggio resta possibile.

Con questo non intendo deresponsabilizzare la politica – che crea le periferie con politiche ridicole – ma non voglio nemmeno deresponsabilizzare le persone. Anzi, le persone possono essere la goccia che scava la roccia e se ci vogliono in un determinato modo, dovremmo strenuamente disobbedire.

Per me, più di tutto, di questo parla Giovanissimi: di resistere e capirsi. Esplorarsi, forse.

IBIB: Marocco legge i fumetti, su tutti Dylan Dog, è affascinato da storie paranormali e vorrebbe fotografare i fantasmi. È un azzardo pensarlo come un disilluso aperto all’impossibile?

AF: No, è una definizione che mi piace. Non mi reputo io in prima persona un fiducioso, ma ogni mattina mi sveglio e spero di stupirmi.

IBIB: Giovanissimi è entrato nella dozzina dello Strega e numerosi sono i lettori che lo stanno accogliendo. Cosa hai scoperto di Giovanissimi nelle parole degli altri?

AF: Diverse. Sono sempre più convinto che non esista un solo romanzo ma tanti romanzi quanti sono i suoi lettori, e questa è la cosa che rende bello l’averli scritti – al contrario di scriverli e basta, mentre lo fai, quando non esistono ancora, che non è una bella cosa, anzi.

Ho scoperto che le donne di Giovanissimi non sono le protagoniste, ma che a conti fatti lo sono, perché determinano le azioni degli altri personaggi. E poi che è un romanzo corale. Volevo che lo fosse, ma c’avevo rinunciato fin dal principio perché non sapevo proprio dove mettere mano. Diciamo che mi è andata di fortuna.

IBIB: Nel romanzo è il silenzio ad accompagnare la storia, non c’è musica ma ogni tanto compaiono versi di Franco Battiato ad indicare la via. Giovanissimi ha una colonna sonora?

AF: Questa è una domanda che aspettavo da tempo.

In un mondo ideale i ragazzi di Giovanissimi, visto che sono degli adolescenti sul finire degli anni ’90, e considerato lo scarto temporale con cui arrivavano le cose in Italia, dovrebbero ascoltare i Nirvana o qualcosa del genere – musica rumorosa e incasinata eppure assolutamente chiara nel suo disordine, e cioè qualcosa che rappresenti quel momento delle loro vite. Oppure il rap che c’era all’epoca a Napoli, come La Famiglia. Ma purtroppo questi adolescenti, nella triste realtà, ascoltavano musica neomelodica, di quella brutta, di quella che proprio non mi piace.

Per certi versi, sono convinto che l’unico problema che tutti quanti noi abbiamo sia il linguaggio e la capacità di capire e imparare i linguaggi altrui. Tant’è che molto spesso le cose ci parlano o parlano di noi, e noi non le comprendiamo. E viviamo peggio.

IBIB: In diversi momenti della storia la sensazione dei protagonisti è quella di non avere altre alternative, di non poter scegliere veramente, dell’inutilità di farsi domande. È questa la miseria che citi in esergo?

AF: Credo di intendere quella miseria con la vita. La vita è misera ed è miseria, tutto sommato, qualsiasi cosa accada, anche se bella, eppure la vita è sempre ricca, anche in modo negativo.

Grazie Alessio!

Qui la mia recensione di Giovanissimi

 

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