Andrea Donaera: tutto è compiuto

recensione di Graziano Gala*

 

È una nevrosi che nasce dalle narici, quella dei personaggi di Donaera: l’odore, irrespirabile, di un’aria che tutto impregna, sporca, contamina travolgendo chi l’assorbe senza possibilità di espiazione. Tossisce il protagonista, si scherma, prova a reagire, ma il male, ormai penetrato, è un male più profondo, originario. E Mimi pensa che li ammazza tutti, e lo pensa al rigo primo della pagina uno, senza bisogno di acclimatare il lettore o carezzarlo in previsione dell’inizio perché la rabbia, primordiale, sollecitata da un figlio in una bara, è qualcosa che non si può contenere né esorcizzare. Qualcosa che apre porte, pericolosamente, coinvolgendo tutto quello che non si può dire, tutta la parte nascosta delle viscere, delle botte e delle mancanze, dei padri che sono sempre incaricati ad un ruolo che li trova in difficoltà e che mal gestiscono, finendo per distruggere ciò che dovrebbero accrescere o riparare. Vecchia storia, in Donaera, questa dei padri che fanno male in tutto il corpo, che mancano o latitano per colpa della sorte o degli eventi [Padre: non dovrebbe essere questo.// E non lo è: faccio finta.//Ritorno al letto, mi ci seppellisco, Quattordicesimo quaderno di poesia, Marcos y Marcos, 2019] e gestita meravigliosamente, senza chincaglierie e profumazioni, in un filo diretto col Padre Padrone che da Ledda in  poi ci ha occultato i pomeriggi . Nel caso di specie si segnala un continuo frantumarsi di radici che franano sull’albero e lo capovolgono, riportando alla luce colpe del ghenos da tragedia greca, da espiare e portare in dote senza possibilità di risarcimento o riparo, chiamate a lasciare un sentimento amaro [non un dolore, un’altra cosa] che non può essere espresso nella lingua dei borghesi, ma che deve essere gettato sul foglio in un idioma sporco e misto che ha le stimmate della sincerità, della verosimiglianza e di un rinnovato – e benedetto – verismo linguistico, volto a restituire gli occhi ai visi e le parole alle bocche proprio così come andrebbero pronunciate. È uno scrittore Donaera, e l’apposizione qui è quanto mai giustificata, non abusata, non eccessiva, che accompagna i suoi fino alla fine, fino alla morte, senza trucchi e costrizioni trasportando le cose per come sono perché i morti si rispettano e si rispettano più dei vivi. Io sono la bestia è l’inizio e al tempo stesso il compimento, è un circolo che porta nel petto un Sud così sgradito, bodinianamente, da doverlo amare, fatto di madonne a scomparsa e già intravisto nella gestione poetica dell’autore, con figure familiari definite, solide nella loro deflagrazione e chiamate quasi ad un atto sacerdotale, pieno, non dimezzato e da compiersi fino alla fine, perché se incubo dev’essere che sia sporco, infetto e orrendo. Onore a Donaera, a questo procedere della storia netto e non disciolto, ché le camomille sono più utili al riposo e i libri, almeno quelli, come diceva Cioran, è giusto siano architettati per sconvolgere.

* Graziano Gala professore di lettere, suoi racconti sono apparsi su minima&moralia, Risme, Narrandom, Verde, Reader For Blind e Antimateria (blog di Wojtek Edizioni). Redattore presso Risme e Il Loggione Letterario. Direttore artistico de La passeggiata letteraria Dal Borgo AltrOve.

 

 

 

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