Ti racconto CTRL

Chi frequenta questo spazio sa che sono un’assidua lettrice di riviste letterarie e di collettivi di scrittura. Amo scoprire nuove storie e nuove voci. In particolare mi affascina chi riesce a trovare nuovi punti di vista per narrare, chi si prende il tempo per cercare storie e per raccontarle con la giusta grazia, chi si discosta dalla folla e posa la sua attenzione sui margini. Tutto questo l’ho ritrovato in CTRL. Conquistata dal suo senso di comunità, dalla molteplicità dei suoi sguardi, dalle mille vite che ha già vissuto finora e da quelle che vivrà.

  • Come nasce CTRL Magazine e perché la scelta di questo nome?

CTRL nasce 10 anni fa; ed era una creatura molto diversa da quella che è ora. In origine era una fanzine distribuita a mano, che raccoglieva gli eventi della città di Bergamo (città piuttosto imbolsita, che si trascinava addosso l’idea che “a Bergamo non succede niente”) e in cui si infilavano a tradimento delle rubriche di cultura irregolare.

Poi siamo usciti dalle mura bergamasche, per aprirci al pubblico nazionale. Abbiamo scelto di dedicarci al reportage narrativo e fotografico. Abbiamo messo online un sito web. E, soprattutto, abbiamo aperto una casa editrice. Insomma, oggi CTRL è sia CTRL magazine (online), che CTRL books (su carta).

Perché questo nome?

Perché CTRL è un comando della tastiera che, se premuto da solo, non crea nulla. Se premuto in combinazione con altri tasti, fa cose molto diverse; le cosiddette “funzioni speciali”.

Ci pareva una bella metafora di quello che facciamo.

Ma, naturalmente, è una metafora che ci siamo raccontati solo più avanti. La vera genesi del nome deriva da un brainstorming affollata andato fuori “controllo”, appunto.

  • CTRL Magazine è una rivista di reportage narrativi. Al centro ci sono le storie che stanno nascoste, storie che anche se ci gravitano intorno fatichiamo a vedere.

Sì, ci piace definirle storie “fuori dai radar”. Storie laterali, e – soprattutto – storie raccontate con una visione laterale. Crediamo che raccontino molto della realtà (delle realtà) di oggi, attraverso quello che resta fuori dalla narrazione spesso standardizzata, prevedibile.

Sono storie vere, ma affrontate con gli strumenti della letteratura.

  • CTRL Magazine non è più sola, ad affiancarla da un po’ di tempo c’è CTRL Books. Da quale esigenza nasce questo sdoppiamento?

Come dicevo prima, è stata un’evoluzione piuttosto vorticosa, ma anche naturale. C’è stato di mezzo anche un crowdfunding, tre anni fa: a un certo punto – per dirla brutalmente – avevamo finito i soldi: ci arrivavano dagli inserzionisti locali, che abbiamo perso con il passaggio al nazionale.

Così abbiamo scelto di rivolgerci direttamente ai lettori, di renderli sempre più nostri complici.

Così ci siamo salvati, grazie a loro; e siamo diventati più “grandi”. Anche le storie volevano più spazio, così ci è sembrato naturale affidarle a dei veri e propri libri; che oltre allo spazio in più, offrono anche più tempo. Intendo: un libro, solitamente, dura più di una rivista, sia sugli scaffali di una libreria, che su quelli di casa propria.

  • Come scegliete le storie da raccontare?

So che suona un po’ altisonante, ma ormai sono le storie che scelgono noi.

Abbiamo una base di fan e lettori molto affezionata che ha capito quali sono le storie che possono interessarci; così ci scrivono, ci dicono “nel mio paese c’è questa storia che potreste raccontare solo voi; nel mio quartiere c’è questo; avete lette che?; La mia prozia ha avuto una vita incredibile, venite a incontrarla”.

Poi ci sono gli autori e le autrici: e anche da loro arrivano proposte.

Abbiamo poi dei veri e propri informatori di fiducia, fiutatori di storie fuori dai radar.

Infine, negli anni, ci siamo creati un corposisssssssimo documento digitale condiviso, in cui ammucchiamo spunti, che stanno lì, e fermentano, in attesa dell’occasione giusta.

  • Leggendo la rivista e i libri, pensando sia al contenuto che all’estetica, ho avuto l’impressione di avere a che fare con qualcosa di antico proveniente dal futuro. È una cosa istintiva che faccio anche fatica a spiegare. I libri di CTRL potrebbero essere dei volumi ritrovati in una vecchia soffitta, le storie potrebbero viverci attorno e il modo di narrare arrivare da un futuro prossimo. È come entrare in un luogo nuovo ma familiare senza un tempo ben definito.

È bellissimo quello che dici. È difficile da spiegare anche per me e per noi. Ma è come se avessi centrato un punto perfetto. Hai ragione. Probabilmente quello che ci piace creare sono soprattutto dei cortocircuiti: sia nel contenuto che nell’estetica. Ma tu l’hai detto molto meglio di me.

  • Anche la storia di CTRL è una storia laterale. Come la raccontereste?

Sì, un po’ te l’ho raccontata sopra. Una storia irregolare (…ma che poi esistono storie regolari?).

  • Grazie a facebook so che state lavorando al terzo capitolo della “Trilogia normalissima”. Cosa ci aspetta?

Il prossimo sarà il capitolo conclusivo del percorso iniziato con “Gli ultrauomini” e proseguito con “I dimezzati”. Abbiamo già il titolo. Abbiamo già un’idea del servizio fotografico. E quasi tutti i reportage sono già in lavorazione. Però non posso ancora sbilanciarmi… Uscirà tra marzo ed aprile; questo è più o meno certo (per quanto si possa parlare di certezze in questo periodo)

  • Ci saranno nuovi numeri della rivista?

No; ma continueremo a pubblicare nuovi reportage anche online. In questi giorni stiamo ristrutturando tutto il nostro archivio, per rimetterlo sul nostro sito (che abbiamo rifatto da poco). E poi – questa è un’anticipazione vera – dovremmo riuscire a mettere in pista un progetto del tutto inedito e sorprendente prima di questo Natale.

esistono storie regolari?

  • Da rivista letteraria siete diventati casa editrice indipendente cosa portate nella nuova dimensione del vostro essere stati rivista?

Qui la risposta è molto netta: la redazione. Essere una redazione. Sembra banale, ma non lo è. Certo, ci sono dei ruoli; ma la vera forza è quella di far circolare le idee intorno a un tavolo (meglio se fisico), farle circolare rapidamente, ma a volte anche lentamente, è un’orchestra, non so come dirlo. L’operazione più difficile da mettere in pratica è questa: superare gli ego, metterli al servizio di quello che si vuole dare al lettore: e, in questo, fare una casa editrice o una rivista non è una cosa molto diversa; almeno secondo noi.

(Chiaramente ci sono delle differenze sostanziali di lavoro pratico…ma quelle si imparano e si migliorano continuamente).

Ah, da poco abbiamo anche allargato la redazione: da 4 siamo diventate 8 persone. Un’altra cosa che annunceremo a breve.

  • Sembra un momento favorevole per le riviste. Ne stanno nascendo di nuove, alcune stanno passando anche al cartaceo e molti sono gli eventi culturali che le hanno viste protagoniste. Cosa significa fare una rivista oggi in Italia?

Per me significa soprattutto andare ostinatamente nella direzione contraria a quella dell’atomizzazione della cultura. E intendo: ho un pensiero, lo scrivo sulle mie bacheche, cerco approvazione (o rissa). Va bene, può avere senso pure quello. Ma non ci può essere solo quello. Il lavoro culturale di una rivista è l’opposto: è a più teste, a più mani, a più occhi, a più vissuti diversi che si mettono insieme, a più idee di futuro che si mettono insieme. Ce n’è un estremo bisogno.

Grazie CTRL!

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