Ti racconto Sulla quarta corda

Chi frequenta questo spazio sa che sono un’assidua lettrice di riviste letterarie e di collettivi di scrittura. Amo scoprire nuove storie e nuove voci. Oggi incontro Sulla quarta corda. Una rivista letteraria con le idee molto chiare sul segno che vuole lasciare in chi la legge. La scrittura come atto primitivo che fluisce nei racconti. La scrittura che si fa corpo, mani, gambe e occhi e penetra in chi legge. Le parole scritte o lette come bisogno primario da soddisfare.

  • Come nasce Sulla quarta corda?

Nasce come un semplice passatempo tra il luglio e l’agosto del 2019 per distogliere la mente da pensieri ossessivi che, in seguito alla perdita di una persona che amavo, mi stavano ributtando addosso quello che io ormai chiamo “il velo nero”. Speravo che leggere i racconti che gli altri scrivevano e speravano a loro volta di pubblicare, se mai qualcuno mi avesse inviato qualcosa e ammesso che il velo non fosse già calato a oscurare tutto, mi avrebbe quantomeno incuriosito. Decisi che intanto, per quell’estate, avrei lavorato al progetto, ma in una prospettiva amatoriale: capire cos’è una rivista, perché non leggevo affatto riviste – ho sempre letto solo libri; impostare una linea che almeno mi facesse pervenire racconti che m’interessava leggere; scrivere i testi per il blog – non pensavo neanche lontanamente a un vero e proprio sito. Non pensavo a niente e a nessuno. Mi volevo solo salvare. Era solo per me. Decisi poi che l’avrei fatta nascere ufficialmente il 7 ottobre – una data legata alla persona che avevo perso – e quindi c’era da aspettare un bel po’ prima di poter pubblicare qualcosa. Ma riuscii a riempire il tempo, perché già dopo il primo, vago annuncio – un semplice post sui miei odiati social – cominciarono ad arrivare più racconti del previsto. Evidentemente, la linea che interessava a me interessava anche ad altri.  

  • Cos’è la scrittura in verticale?

Il modo più semplice per spiegarlo, forse, è cominciare dal nome della rivista: “Sulla quarta corda” si rifà all’Aria sulla quarta corda di Bach. Ma quell’aria, in origine, non si chiamava così, nonostante sia questo il nome con cui è nota a tutti.  In realtà la dicitura corretta è Secondo movimento della Suite per orchestra e non fu Bach a ideare il nome Aria sulla quarta corda, ma il violinista tedesco August Wilhelmj, il quale abbassò la composizione di un’ottava in modo da poterla suonare tutta sulla quarta corda di uno strumento ad arco; in pratica, quindi, in verticale lungo un’unica linea. A ispirarmi è stata la maestosa semplicità della bellezza della melodia, che suggerisce l’indifferente giustezza – e non, assolutamente non giustizia – della natura, intesa quest’ultima come animalità, istinto, pulsione incontrollabile e irrazionale (non priva di senso, ma scevra di ragionamento). Scrivere sulla quarta corda, e cioè scrivere in verticale, significa questo: scrivere in maniera incontrollabile e incontrollata; in maniera molto naturale e molto poco umana.

  • Quali caratteristiche deve avere una storia per entrare a fare parte di Sulla quarta corda?

Dev’essere appunto scritta in maniera incontrollata e con ciò ovviamente non intendo dire che l’autore non debba essere consapevole di ciò che scrive – il che lo renderebbe la negazione dello scrittore – tanto meno che debba aver mangiato funghi allucinogeni e aver perso la ragione con sistemi di questo tipo. Quando dico “incontrollata” intendo “libera” dal controllo; consapevolmente libera, ma niente affatto priva di controllo. E una scrittura libera è una scrittura che ha il coraggio – consapevolissimo, ma animale; consapevolissimo ma da uomo-non-sociale – di valicare il limite estremo al di là del quale l’autore, com’è scritto sul sito, “comincia a muoversi in un territorio spaventoso, il suo stesso abisso, e accetta il rischio, guardandolo-guardandosi-mostrandosi-esponendosi-scrivendosi-scrivendone, di perdersi”. Perdersi è farsi vedere.

  • Fate editing sui testi che vi arrivano? C’è uno scambio tra gli autori e la redazione?

All’inizio sì, anche se si trattava sempre di un editing molto leggero. Adesso neanche quello. I racconti selezionati sono stati selezionati proprio perché – oltre alle caratteristiche già dette – sono stati scritti da un autore abbastanza consapevole da non necessitare di un editing pesante e invasivo. Sì, lo dico più chiaramente e in poche parole: l’editing, il concetto stesso di editing, non mi piace; paradossalmente, dato il lavoro che faccio. Per l’idea che ho io di scrittura e editoria, uno scrittore scrive, non ha bisogno di farsi scrivere; e un editore sceglie qualcosa di scritto, non qualcosa da scrivere.

  • Sul sito leggo che la redazione conosce il nome dell’autore o dell’autrice solo nel momento in cui l’opera viene approvata. La scelta di mantenere l’anonimato mi ha molto colpita. Come mai questa scelta?

Colgo l’occasione per liberarmi o, a seconda dei punti di vista, per condannarmi a entrare in un meccanismo che è una dannazione. È tutta una grande, utilissima e plateale bugia. Mi do del “noi”, ma sono sempre stata solo io. Di recente è entrata a far parte della Quarta Corda anche mia sorella, Daniela. Inventando una commissione e un – inverosimile! – anonimato, speravo di preservarmi dalle conoscenze, dalle richieste, dalle influenze che, com’è inevitabile, rischiano di condizionare il giudizio. Mi rendo conto della spropositata mole di lavoro ma ho preferito fare da sola dopo diverse esperienze “di gruppo” (come si direbbe, non a caso, a scuola) finite tutte presto e male palesemente per colpa mia [rido, perché anche questa è una menzogna; in realtà penso: palesemente non per colpa mia]. Sul sito resterà scritto tutto il baraccone dell’anonimato; tanto il web è finzione e, come per quell’altra grande finzione che l’ha preceduto (la televisione), nella finzione la bugia si dà per scontata. Chi leggerà questa intervista saprà. Chi non la leggerà, continui pure a credere che esiste un modo per inviare un’email firmata conservando, nonostante ciò, l’anonimato; e, soprattutto, continui pure a credere che esiste una commissione composta da tante altre teste sulle quali io non ho alcun… controllo.   

  • Ho notato che la lettura dei racconti della rivista mi coinvolge anche fisicamente. Sono sensazioni che non riesco nemmeno a spiegare ma sono sicura che non viene coinvolta solo la mia attenzione e la mia testa. La lettura come altra dimensione.

Direi che ciò è dovuto, molto probabilmente, a quella “animalità” cui accennavo. E… posso considerarla una conferma della mia capacità di selezione? [Rido]

  • Nel 2020 avete lanciato la selezione “Narrativa dell’orrore” – racconti di genere oltre il genere. Com’è andata? Aprirete altre selezioni?

È andata bene perché sono arrivati racconti che, effettivamente, avevano componenti, sfumature, anche semplici immagini che sconfinavano in territorio non banalmente “di genere”. Può darsi che in futuro l’iniziativa sarà ripresa in favore, che so, del fantasy o del romance. Lo scopo, in linea con l’idea di narrazione incontrollata – da intendere nell’accezione che ho spiegato – è estendere la verticalità e cioè la libertà anche al concetto di genere o non genere letterario. Non mi piace parlare di “narrativa non di genere” in riferimento a una narrativa che non rientri o, peggio ancora, escluda i cosiddetti generi letterari, quasi fosse loro superiore. Le case editrici, per esempio, che vantano di pubblicare solo “narrativa non di genere” sono inutilmente autolimitate. Bisognerebbe invece scrivere e a accogliere – ma soprattutto, prima di tutto scrivere – horror, fantascienza, fantasy, romance, thriller, gialli senza privarli delle caratteristiche che si ritengono peculiari della narrativa “pura”; sono semmai le caratteristiche tipiche del genere a essere “un in più” che, se il romanzo è valido, va a innestarsi su una narrazione “pura”; sul “valore letterario” che si ritiene, a torto, prerogativa della fantomatica narrativa non di genere – che, in sostanza, non significa niente. O, almeno, significa qualcosa solo quando si scrive un libro di genere o si pubblicano libri di genere con il preciso intento di ridurre il genere alle caratteristiche peculiari di ciascun filone reputate appetibili, in maniera del tutto aleatoria, per un determinato pubblico. Ovviamente con pari autolimitazione (o chiusura mentale, a volerla chiamare come si chiama), e con una presunzione forse ancora maggiore rispetto alle percezioni e alle capacità di ricezione del “pubblico”, agiscono coloro – scrittori e editori – che vantano un repertorio esclusivamente non di genere. 

  • Sulla quarta corda non è solo rivista ma anche eventi, booksharing, corsi di traduzione e un luogo fisico che accoglie.

L’intenzione è quella. Per il momento, tuttavia, la “tragedia” globale in cui si è cacciata l’umanità non ci permette di utilizzare il luogo fisico che avevamo predisposto per questi eventi e, in sostanza, le altre attività consistono in corsi di traduzione online che, devo dire, riscuotono un buon successo e sono un’ottima arena di confronto anche riguardo alle questioni della scrittura e della resa dei vari livelli – la verticalità – di quest’ultima. Perché tradurre, si sa, è scrivere: riscrivere un’opera; e, prima, saperla leggere. Smontare e ricostruire, insomma.

  • Sembra un momento favorevole per le riviste. Ne stanno nascendo di nuove, alcune stanno passando anche al cartaceo e molti sono gli eventi culturali che le hanno viste protagoniste. Cosa significa fare una rivista oggi in Italia?

Significa semplicemente pubblicare qualcosa che qualcuno ha scritto e che si è reputato valido, possibilmente senza tener conto di chi è, chi non è, dove è già arrivato, dove probabilmente arriverà o non arriverà mai. Quello che fa qualsiasi altro editore, in sostanza. [Rido]

  • Se volessimo applicare il concetto di scrittura verticale ai libri, quali libri consigliereste?

Più che libri mi vengono in mente autori, e non solo per come hanno scritto ma anche per come hanno vissuto; e questo, per il tipo di scrittura di cui parliamo, è inevitabile: James Joyce (l’Ulisse è emblematico in tal senso e in tutti i sensi e non a caso a tutti i livelli), Sarah Kane, Pier Paolo Pasolini, Sylvia Plath, Graham Greene, Pier Vittorio Tondelli, a suo modo Emily Brontë. Oggi? Per esempio Giordano Tedoldi, Michel Houellebecq, Ilaria Palomba.

Grazie Sulla quarta corda!

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