Paolo Prescher disagio e tradimento della parola.

La parola è il tramite per arrivare all’altro, per capire e farsi capire. È necessaria per partecipare alla vita sociale della propria comunità. La parola quando non condivisa, non pronunciata o non capita crea confini e distanze. Colmare le differenze sociali e culturali attraverso la parola è stato oggetto privilegiato degli studi del linguista Tullio De Mauro che con il suo Vocabolario di base raccolse 6.500 parole circa. Parole capaci di coprire il 98% dei nostri discorsi.

Le parole, dette o non dette, sono il tramite di selezione dell’altro che adopera Paolo Prescher, protagonista del romanzo di esordio di Maddalena Fingerle pubblicato dalla casa editrice Italo Svevo, nella collana Incursioni diretta da Dario De Cristofaro.

Paolo Prescher si fa scudo con il proprio vocabolario personale di parole pulite. Paolo odia le parole sporche, quelle parole che dicono una cosa ma ne sottendono un’altra e odia soprattutto l’ipocrisia di chi le dice. Paolo Prescher nasce e cresce a Bolzano con una madre verbosa, una sorella perfida e un padre affetto da mutismo. Paolo odia anche Bolzano che sì da arie da città bilingue, trilingue e quadrilingue ma che invece lascia i suoi abitanti isolati dai vuoti di comunicazione colmati solo dal dialetto (per De Mauro rappresentava un arricchimento della capacità comunicativa). Ma il dialetto Paolo non lo sa perché a scuola non lo insegnano. Il dialetto è la lingua della famiglia gli dice il suo unico amico Jan e Paolo vorrebbe avere una lingua della famiglia che assomigli a suo padre, che però continua a non parlare e riempie di etichette gli oggetti della casa. Sua madre invece gli fa schifo, perché è due madri, una con me e una con Luisa, perché è troppo presa da se stessa, perché le sue questioni di principio fanno ridere, perché sporca le parole. “Se scomponi le parole e guardi le lettere loro ti dicono la verità. Le lettere, se le guardi, sono sincere e ti dicono i segreti”.

Dopo un liceo classico deludente, non è mica vero che si leggono i classici, Paolo Prescher seppur agitato parte per Berlino per mantenere una promessa. A Berlino troverà lavoro in una biblioteca, un coinquilino con gli occhialetti e l’amore. L’amore ha i capelli rossi e si chiama Mira. Mira che con la scusa di un libro in prestito riesce ad invitare per una birra Paolo. Mira è una promessa infranta in cambio di parole che sanno di pulito e di menta. Mira è cominciare a sporgersi e guardare fuori. È camminare di notte, ridere dentro uno scantinato ammuffito, trovare la Heimat.

Paolo con Mira pulisce le parole. La sua ossessione muta ma non lo abbandona. C’è un’andata e un ritorno, ci sono desideri e regole in un equilibrio precario tra parole e luoghi.

Per la Giuria del Premio Calvino, che ha eletto “Lingua madre” vincitore dell’edizione 2020, ci troviamo di fronte ad un “romanzo compatto di grande maturità che riesce nella sfida di tenere insieme leggerezza e profondità, affrontando con stile impeccabile il complesso tema della parola tra pulizia e ipocrisia nel singolare contesto del bilinguismo altoatesino”.

Maddalena Fingerle incastra le parole per farci entrare nel mondo di Paolo Prescher. Tutto è esattamente dove dovrebbe essere: Prescher anagramma di sporche come le parole che ossessionano il suo protagonista; Bolzano, Berlino, Bolzano i titoli che ha deciso di dare alle tre parti che compongono il romanzo, stessa iniziale, stesso numero di parole. Tutto è simmetria. Tutto è limpido. La scrittura si plasma sulla vita del suo protagonista. Intricata e corposa durante gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza. Più leggera e ampia durante il trasferimento a Berlino e l’innamoramento. Di nuovo intricata ma più confusa rispetto alla prima parte quando Paolo Prescher sta per diventare padre e ritorna a Bolzano. Leggendo, tra ironia e irritazione, in alcuni momenti, fa pensare a Paolo Nori per la capacità di rendere narrativa la lingua parlata. Fingerle ama giocare con le ripetizioni fino a farne una sinfonia in crescendo nel finale dove ancora una volta sono le parole a cambiare ogni cosa.

libro

Paolo Prescher odia le «parole sporche», quelle parole che secondo lui non dicono ciò che dovrebbero dire, e le persone ipocrite che le pronunciano. Per questo odia la città in cui è nato, Bolzano, con la sua retorica sul bilinguismo e l’apparente armonia identitaria. Da qui l’idea di abbandonare l’italiano, il desiderio di parlare una lingua incontaminata e la fuga a Berlino, dove incontra Mira, l’unica che riesce finalmente a pulirgli le parole, tanto che persino tornare a casa gli appare possibile. Si consuma così un’ossessione in tre atti, in cui Maddalena Fingerle riflette sul valore delle parole e sul loro potere e, attraverso uno stile fulmineo e raffinato, rivela il senso più profondo del linguaggio.

autore

Maddalena Fingerle è nata a Bolzano nel 1993. Alcuni suoi racconti sono usciti su «Nazione Indiana», «CrapulaClub» e «Narrandom». Lingua madre ha vinto la XXXIII edizione del Premio Italo Calvino.

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