Ti racconto efemera

Chi frequenta questo spazio sa che sono un’assidua lettrice di riviste letterarie e di collettivi di scrittura. Amo scoprire nuove storie e nuove voci. Oggi incontro efemera. Una rivista che svanisce. Un progetto con un inizio e una scadenza. Racconti che subiscono il logorio dei giorni per sottolineare l’illusione di eternità del virtuale. La volatilità come via per fronteggiare l’inquietudine del nostro tempo.

Come nasce efemera?

Efemera nasce come microesperimento indie-editoriale, prima che come rivista: dall’intersezione di due direttrici che si toccano nell’estate del 2019: la prima, più antica, nata dal continuo suggerimento a esordienti di interessarsi al contenitore litweb; la seconda, dopo un paio di anni di fruizione – passiva come lettore e attiva come autore – di cimentarmi dall’altra parte della barricata, per offrire uno spazio, ma con la consapevolezza che il palcoscenico fosse ormai saturo. Da ciò è sorta un’idea personale, diventata poi un progetto condiviso, evoluto infine in un collettivo a cui si sono aggregati elementi in corsa, a formare una vera redazione col fine, a quel punto, di “fare rivista”. Sotteso rimane quel concept di volatilità che definisce linea editoriale e modalità operative: la nostra scelta è sia ideologica che funzionale.

Quali caratteristiche deve avere una storia per entrare a farne parte?

La redazione, pur piccola, è eterogenea: essendo la selezione basata sull’unanimità, ci siamo accortə che i racconti e le fotografie più apprezzate possedevano diversi stili, piani di lettura; insomma: diversi sapori, per citare una metafora culinaria e ricorrente di una nostra redattrice.

Questo fa sì che la composizione finale dei numeri appaia sinfonica, fatta di strumenti molto diversi che offrono un’armonia complessa; questo anche grazie alla presenza dei contributi fotografici (non dimentichiamo che efemera è una rivista narrativo-fotografica).

Imprescindibile rimane la presenza di un’intenzionalità ben progettata, strutturata e resa con cura. Racconti basati sulle mere capacità stilistico-formali ci lasciano un po’ freddinə.

Insomma: fine, non (solo) mezzo.

Fate editing sui testi che vi arrivano? C’è uno scambio tra gli autori e la redazione?

Sì. Dall’inizio ci siamo ripromessə di offrire a tutti un contributo redazionale forte. Con gli autori/autrici selezionatə, seguitə da un editor in redazione attraverso molteplici scambi, per arrivare a un risultato che fosse convincente per tutti; con gli autori/autrici non selezionatə nella forma di un riscontro – singolo e unidirezionale – che motivasse la scelta. Questo non ha contribuito solamente al raggiungimento di un obiettivo letterario: è servito per costruire relazioni: noi stessə siamo cresciutə molto nelle nostre capacità editoriali. E credo tuttə abbiano colto, e gradito, il nostro impegno. Ci teniamo anche a precisare comunque che ogni racconto è stato letto anonimo, in modo che prima della selezione non ci fosse invece alcun condizionamento personale.

efemera nasce con un’idea molto chiara sul suo percorso pur non essendo una rivista prettamente di genere. Per selezionare i racconti vi siete comunque affidati al meccanismo delle call a tema (stasi, acerbo, ardere).

Qui spezzerei il tema in due. Nascendo con un intento in origine unitario (ciclo predeterminato, occhio rivolto a un percorso indie-editoriale) i temi proposti sono stati indirizzati all’edificazione di un’evoluzione: della rivista, ma soprattutto di noi e degli autori/autrici. L’aspetto evolutivo è centrale qui. Nel rimanere però in questo orizzonte, ci siamo resə conto che la call aveva anche un effetto dispersivo: il tema prefissato è sì stimolante, ma vincola, a volte devia lo sforzo creativo. Per questo, come non abbiamo praticamente imposto altri paletti di genere/lunghezza, anche il topos della call è scivolato sempre più in secondo piano, premiando quei racconti che hanno saputo prendere uno spunto di concetto senza impantanarsi nelle sabbie mobili dell’interpretazione letterale.

Questo è il motivo per cui in futuro, dovesse essercene uno, non credo replicheremo la meccanica delle call, funzionali al progetto, a un effetto sfidante e competitivo della scrittura, ma troppo proteso a un esito auto-addestrativo.

Questo senso di fine, di compiuto si respirava anche nei racconti che avete ricevuto? In particolare è stato rilevante nella scelta dei racconti?

Se intendi quelli del terzo numero, in parte direi di sì, anche se parlerei più che di compiuto, di inevitabile. Se sia stato rilevante non saprei; di certo però non in modo consapevole.

Siamo nel 2021. Il numero 3 è uscito da poco. La data di scadenza è sempre più vicina. Come l’avevate immaginata e come è stata invece la vita di efemera?

Di certo non pensavamo di dover fare i conti con una pandemia mondiale, che ha condizionato tuttə noi, quindi anche il risultato finale, sia nella scrittura che nella lettura. A parte questo, non pensavamo fosse così impegnativo tenere le fila di tutto (ed è il motivo per cui i tempi si sono un po’ dilatati rispetto ai 12 mesi pensati inizialmente), né di ottenere una risposta così estesa verso una rivista sconosciuta, e la scoperta del valore aggiunto di un progetto collettivo e paritario.

Il fatto di ricevere tanta narrativa ha sùbito fugato la paura di non avere materiale valido, e quindi tra le sorprese c’è anche il fatto di essere davvero soddisfattə di ciascuno dei ventitré racconti e delle ventitré fotografie che costituiscono la nostra triade.

Infine, non pensavamo sarebbe stato così triste lasciarla andare.

Copie cartacee in alcune librerie e un evento dal vivo. È stata una vita giovane ma intensa. Com’è per una rivista uscire dalla bolla social?

A dire il vero il periodo non è stato dei migliori. Siamo però sempre riuscitə a distribuire anche fisicamente il cartaceo dei tre numeri in qualche libreria di Bologna, Milano e Napoli, e a fare questa bella presentazione/festa, l’estate scorsa, in cui abbiamo conosciuto di persona alcunə protagonistə dei primi due numeri e respirato quella che era l’intenzione cardine del nostro lavoro: comunicazione, relazione: far vivere la narrativa in modo più personale e duraturo possibile, a dispetto del nostro nome. Efemera voleva essere minimalista nelle dimensioni, ma quanto più possibile aperta e completa nel risultato: pochissimi racconti, magari anche pochi lettori/lettrici, non ci importa tanto il numero assoluto. Ma con uno sforzo orientato il più possibile verso le “conseguenze” di queste narrazioni. La presentazione è servita anche a farci capire che la strada tracciata era stata percorsa e recepita.

Consigli di lettura per i lettori che presto saranno orfani di efemera? (libri ma soprattutto riviste)

Il panorama delle riviste è enorme, volatile e volubile. Il nostro consiglio per chi legge è quello di formarsi una preferenza personale, dal momento che ogni redazione è comunque soggetta anche a gusti, oltre che competenze, redazionali. In questo noi possiamo segnalare quelle che a noi colpiscono per affinità personale. Ma il mare litweb è magnum  e molte riviste non le conosciamo, per cui prendete queste segnalazioni come pseudo-aleatorie. Tra i nostri nomi di riferimento citiamo inutile, Colla, ‘tina, Nazione indiana, Malgrado le mosche, Hormony, Verde e Narrandom.

Per chi scrive invece il consiglio è di variare e di aprirsi a riviste molto diverse tra loro, o che non piacciono a un primo sguardo.

Per quanto riguarda l’editoria classica, suggeriamo di ricercare anche nel prodotto editoriale quella genuinità che si trova nelle riviste, provando a dare spazio a prodotti più trasversali, coraggiosi, germinali di CE meno blasonate e da scaffale: la scelta è ampia e la qualità altissima. Leggere tantə contemporaneə italianə, tantə esordienti, seguire bene Terrarossa, NN, Neo, Divergenze, Pidgin, Marcos y Marcos, Tamu.

Infine ci siamo sbilanciati anche scegliendo un titolo a testa: nel recente passato ci hanno colpito La meravigliosa lampada di Paolo Lunare, Cristò Chiapparino; Salutiamo, amico di Gianfrancesco Turano; La città dei vivi di Nicola Lagioia; Un segno invisibile e mio di Aimee Bender e Ragazza, donna, altro di Bernardine Evaristo.

Spesso ci si lamenta dell’abbondanza di pubblicazioni delle riviste e degli invii a strascico fatti dagli autori senza conoscere la realtà su cui si vorrebbe pubblicare. Le considerazioni sarebbero molteplici e ampie resta di base una forte volontà di lasciare una traccia. Come si pongono gli autori nei confronti di una rivista che scompare?

Sorprendentemente, quasi sollevati. Alcunə a dire il vero non hanno compreso inizialmente la portata di questa cancel-fiction (“in che senso, svaniscono?” o “perché il mio racconto online è diventato quasi trasparente”?). Ma poi, complice anche il fatto che questo permette di dare seconda vita a un racconto uscito su efemera (mi riallaccio al punto di partenza della tua domanda), c’è una sensazione di alleggerimento, perché il racconto può crescere ed essere letto, senza quel senso di definitivo sotteso all’effetto “pubblicazione”.

Sembra un momento favorevole per le riviste. Ne stanno nascendo di nuove, alcune stanno passando anche al cartaceo e molti sono gli eventi culturali che le hanno viste protagoniste. Cosa significa fare una rivista oggi in Italia?

Ho già detto cosa ha significato per noi. Sentirsi parte di un humus culturale attivo è inebriante, specie per chi, come parte di noi, nella vita fa altro. La sensazione però è che a tratti si stia perdendo il timone: a volte preme di più la destinazione, il palmares, che il viaggio. La rivista raramente funge da trampolino, e non crediamo nemmeno debba essere una palestra. Quello che è affascinante è invece il concetto di “scuola” inteso in senso artistico e comunitario e non didattico: i circoli pittorici, le serate passate a parlare di arte nelle soffitte o nei café parisien: questo dovrebbero traslare nel presente le riviste, fungere da volano per un motore indie e anarchico di condivisione; non fucina e non vivaio. Questo è focale per molte riviste, un po’ meno per alcuni scrittori/scrittrici che continuano a ragionare in modo autoreferenziale: le relazioni, quando ci sono, sono viste spesso come funzionali a un approdo e non alla formazione di una koinè.

Fare rivista oggi in Italia per noi è stato questo: nel nostro piccolo, fare comunità.

Grazie efemera!

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