Farsi spazio. Contare le sedie di Ester Armanino.

In copertina una donna seduta, in attesa. Inquadrate nella foto solo le gambe lunghe e magre coperte da una leggera gonna bianca nello sfondo nero come la sedia su cui è poggiata. Sono proprio le gambe ad attirare l’attenzione. Una è ben salda e piegata, l’altra più rilassata e quasi allungata. Sembra siano pronte a scattare appena se ne presenterà l’opportunità. La gonna di riflesso fa un movimento ondulatorio per assecondare la postura delle gambe.  Un’immagine statica che si muove. Il bianco della gonna che spicca nel nero del contorno.  La copertina in questione è quella scelta da Einaudi per “Contare le sedie” ultimo libro della scrittrice Ester Armanino.

Dopo “Storia naturale di una famiglia” e “L’arca” torna in libreria con un libro dalla struttura molto particolare che si muove tra il romanzo e i racconti. Una struttura frammentata per raccontare la vita di una giovane donna alle prese con una perdita. Un dolore che non viene mai affrontato direttamente ma che viene attraversato per far posto all’assenza. “Quando mia madre mi manca troppo, chiudo gli occhi e quell’estate ricomincia. Si srotola come la costa dell’isola, ogni insenatura ha un nome, ogni santo la sua candela accesa. Mamma mi cerca e io le faccio ciao con la mano. Sono qui, dico. Mi vedi?”. Lo sguardo è il motore di questa storia. Dove posiamo gli occhi quando abbiamo bisogno di ricordare le cose? Su quali microscopici dettagli soffermiamo la nostra attenzione? E chissà perché proprio quel particolare riesce a catturarci? Come vorremmo ritrovarci negli occhi degli altri? Essere guardati e guardare come in una danza. 

Una bambina la cui prima parola è “betoniera”, una donna appassionata di ferramenta, un corso di kintsugi, un ritiro di meditazione, sistemare la pavimentazione con il proprio padre, innamorarsi e lasciarsi, collezionare santini, fare il pane o passare una notte dentro un acquario. Sono tutte istantanee sparse per guardarsi e dire a sé e al mondo questa sono io. 

Le mani della vera me sono minute, non riescono ad avvolgere l’intera circonferenza del bicchiere del tè. È come se un giorno avessero smesso di crescere, come se avessero scelto di rimanere più piccole per ragioni che solo loro conoscono. Per sempre misureranno diciassette per nove centimetri. Con queste mani che avevo da bambina mi tocca essere adulta”. È con questo essere adulti, così come la vita richiede, che la protagonista prende le misure per tutto il romanzo. Andare per tentativi, mettere insieme i passi e le cadute, errare per poter ancora desiderare. Diventare adulti quasi come progettare una casa. Mettere dei punti per dare solidità alla struttura senza per questo appesantirla. Tra le conquiste più grandi dormire da soli, mancarsi, non dipendere dall’affetto altrui.  Trattenere gli altri non per solitudine ma per scelta. Un libro fatto di corrispondenze e incastri sottili. Esistenze e momenti che si sfiorano senza nominarsi.  Una donna che oscilla perennemente tra la libertà e il trattenersi, tra lo stupore e l’analiticità, tra le parole e i gesti, tra la relazione con sé e quella con gli altri, tra la dolcezza del ricordo e il dolore. Scovare la “vera me” in una ricerca mai ossessiva piuttosto disordinata e fluida.

Ester Armanino prende le distanze per essere più vicina alla storia della sua protagonista. Tutto viene filtrato con il senno di poi per potersi conoscere.  Indaga le piccole cose che fanno intera una persona. Una forma che si dilata e si restringe a seconda degli umori e delle circostanze. Riconoscersi e trovarsi spaziosi e vari. Pieni. Vivi. Noi. 

libro

L’esercizio piú difficile è trovare la forza di dire semplicemente «questa sono io», mettere insieme i pezzi, e riconoscersi intera. Sembra una cosa ovvia, ma ogni ragazza sa che è una conquista. La bambina la cui prima parola è stata «betoniera», la studentessa che si appassiona ai numeri per amore di un surfista, la donna che scopre il desiderio di maternità dopo un incontro con le orche – sono tutte istantanee parziali, capaci di catturare l’essenza. La vita di una donna possiamo guardarla come un fiume che corre, o fermarla in corsa per saggiare ogni volta la trasformazione. È quello che fa Ester Armanino in questo libro curioso nella struttura, profondamente caldo. Un tassello dopo l’altro, il quadro si compone e il ritratto che ne viene fuori è tenacemente vivo, tridimensionale, fatto di attese, fughe, perdite, incontri, capacità di costruire, solitudine, fondamenta. E cosí, come in quel gioco delle sedie che si faceva da bambini, sottraendo un pezzo alla volta, il dolore può diventare una sfida alla pari, l’amore di sé – di tutte le donne che abbiamo dentro – un po’ screanzato e finalmente possibile.

autore

Ester Armanino è architetto e vive a Genova. Il suo primo romanzo Storia naturale di una famiglia (Einaudi 2011) ha vinto il Premio Kihlgren Opera Prima, il Premio Viadana Giovani, il Premio Zocca e il Premio per la Cultura Mediterranea – sezione Narrativa giovani. E’ fra gli autori di Undici per la Liguria (Einaudi 2015). Sempre per Einaudi, ha pubblicato, i romanzi L’arca (2016) e Contare le sedie (2021).

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