Una settimana di racconti #99

Mi piace fantasticare su quali saranno gli autori che troveremo domani negli scaffali delle librerie. Se posso farlo è anche grazie al lavoro che fanno le riviste letterarie e i collettivi, che continuano a dare la possibilità agli scrittori di poter condividere i loro racconti senza necessariamente dover aspettare di farne un libro, agli autori sconosciuti di muovere i primi passi e a noi lettori di scoprire in che direzione muoverà la letteratura di domani. Fortunatamente di riviste (di carta e online) e di collettivi ce ne sono tantissimi ma sfortunatamente non ho il tempo di leggerli tutti .

Questa non è una classifica ma solo un riepilogo dei racconti che ho letto e che mi sono piaciuti questa settimana.

La casa della Mara – o meglio, di Oreste, perché gliel’hanno lasciata i suoi quando sono morti -, la conosco a memoria. Io e Oreste ci abbiamo passato i pomeriggi con i discorsi sconci da bambini, poi i pomeriggi con i giornaletti sconci alle superiori, poi i pomeriggi con i filmini sconci all’università. È una casa bruttina ma piuttosto grande, piena di schifezze d’arredamento che alla Mara piacciono un sacco – a Oreste non credo, ma non è uno attento a queste cose – come quell’angioletto portaombrelli smaltato a colori pastello, che ogni volta che lo vedi ti vien voglia di bestemmiare.

Ci basta una vita di Dora Berti su inutile

Riconoscersi.

Se avesse potuto osservare la scena dall’esterno, l’avrebbe definita triste. Nessuno che non abbia sbagliato un numero incalcolabile di scelte nella vita se ne sta fermo a un tavolo di un bar a fissare il drink mezzo vuoto con lo sguardo vuoto per davvero.

Drink di Matteo Gravina su Pastrengo

Evocare.

Mentre mangio il timballo penso che è un peccato che Maggio è morto d’estate. Tutti si divertono, girano coi pedalò e vanno alla gelateria Stella oppure giocano con la Play Station mentre lui è nella bara. Io se muoio voglio morire d’inverno. Ma no a Natale che ci sono i regali. A febbraio posso morire, tanto le gelaterie sono chiuse.
Poi tolgo la tovaglia dalla televisione e metto Banzai perché non voglio pensarci più.

È morto Maggio di Marco Morana su Altri Animali

Crescere.

Non era mia intenzione lo giuro, ma l’ho fatto soltanto per ingannare l’attesa del turno che, in questo miserabile venerdì di fine agosto, mi osserva a debita distanza senza mai avvicinarsi. Proprio come fa quel tipo in fondo alla sala che mi fissa. Mi asciugo il sudore della fronte con l’avambraccio destro, mentre apro e chiudo il palmo sinistro per sgranchire le dita. La ricetta mi cade di mano e ne approfitto per spostarmi dalla parte opposta della sala d’attesa dove, immobile, c’è l’uomo che continua a guardarmi. Wilson fa finta di nulla, ma so che è geloso.

La sottile zona d’ombra di Paola Curia su Voce del verbo

Ossessioni.

In realtà, è sul marito che la Watanabe ha costruito le fondamenta del suo giudizio e ora se ne sta con le spalle affossate in un angolo, a fissare la federa sgombra del cuscino, sul lato destro, disperandosi perché non ospita più il suo shujin. Tormenta con le dita la spina del ferro da stiro, per colpe non sue. Dei tanti involucri vuoti annidati nella stanza ne cerca uno che possa infonderle speranza. Il suehiro, con i suoi ideogrammi di felicità, la sventola idealmente, facendola rinvenire.

Ronin con il ferro da stiro di Marco Simeoni su Spaiznclusi

In divenire.

Buone letture!

 

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