Una settimana di racconti #118

Mi piace fantasticare su quali saranno gli autori che troveremo domani negli scaffali delle librerie. Se posso farlo è anche grazie al lavoro che fanno le riviste letterarie e i collettivi, che continuano a dare la possibilità agli scrittori di poter condividere i loro racconti senza necessariamente dover aspettare di farne un libro, agli autori sconosciuti di muovere i primi passi e a noi lettori di scoprire in che direzione muoverà la letteratura di domani. Fortunatamente di riviste (di carta e online) e di collettivi ce ne sono tantissimi ma sfortunatamente non ho il tempo di leggerli tutti .

Questa non è una classifica ma solo un riepilogo dei racconti che ho letto e che mi sono piaciuti questa settimana.

Non l’ho vista quando l’ha fatto, non vedo Janet da una settimana, dal giorno del pool-party di Tezenis; ma la conosco da tanti anni e so quando una cosa le assomiglia. Staccarsi la mano destra con un coltello perché qualcuno ha detto che quella mano è brutta è una cosa tipicamente da Janet, più o meno come il sashimi. È il nostro cibo preferito, il sashimi; mio e di Janet: poshlight, meravigliosamente instagrammabile. Perché io e Janet siamo così: meravigliosamente instagrammabili.

La mano di Claudia Grande su L’inquieto

Instagram val bene una mano.

«Se la volpe si è fatta vedere da te sei una predestinata» mi ripeté mio padre.
Predestinata. Cosa voleva dire quella parola?
Preferita? Destinata a qualcosa? E a cosa?
La verità era che quella frase di mio padre mi sembrava avesse il sapore di una promessa.

La volpe di Antonella De Blasi su inutile

Presagi.

L’imperfezione le piaceva, se stava dentro ai piccoli particolari. Per il resto, cercava, per quanto possibile, di non affondare dentro le sabbie mobili dell’ordinarietà. Si era lavata con cura, la faccia, le orecchie, il collo. Quel che lo specchio rimandava, era un’immagine irregolare e sfuocata, la stessa di ogni mattina. Miope fin da bambina, aveva avuto il privilegio di scrutarsi solo se aveva voglia di mettere gli occhiali.

Lisa di Barbara Lisci su Nazione Indiana

Accumulare ritardo.

Aveva bisogno di un morto perché non le piaceva il nome di mio nonno. Mio nonno si chiamava Candido e secondo la tradizione mi sarei dovuto chiamare così anch’io. Ma mia nonna questa tradizione la ruppe, perché mio nonno era un porco bastardo.

Uno che faceva sul serio di Sofia Casini su Narrandom

Nomen omen.

Quando siete arrivati in quel paesino d’Appennino di provincia vi ha accolto un rosario straordinario, indetto in fretta e furia dal prete, resosi conto della situazione: tua madre era alta, bellissima, comunista. Sfrontata come i serbi di mare, sola. S’invocava aiuto dal cielo, ce ne fosse.

Riconosciuta di Stella Poli su Squadernauti

Vite da ricomporre.

Nella stanza c’è odore di formaggio fresco, di latte bollito, e di bruciato. Sul grande tavolo rettangolare la polvere si impasta con il grasso; i resti del cibo e le briciole vengono fatti cadere a terra con uno straccio e poi spazzati fuori, se no arrivano i topi, dice la vecchia, ma i topi arrivano lo stesso, e io li sento rosicchiare di notte.

Tana libera tutti di Alessandra Piccoli su Grafemi

Imparare a proteggersi.

Un uomo distinto con un panama, claudicante, sale sul treno con il suo trolley. Ha un portamento molto elegante nonostante la zoppia e si muove lentamente. Prende posto, posa la valigia sul sedile, la apre e tira fuori una risma di fogli stropicciati pinzati malamente.

Questo incipit per ricordarvi che il primo capitolo di Morse: L’invenzione del dolore di Andrea Frau è su Verde

E mentre L’irrequieto accoglie aprile con il suo numero 60 do il benvenuto al primo numero di Bomarscé

Buone letture!

 

 

 

 

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