Passeggiate cieche

Abbandonarsi alle cure di una sconosciuta. Lasciare che siano i suoi occhi a guidarci tra le vie frenetiche della città. Affidarsi alle volte dà la sensazione di dilatare il tempo e lo spazio. 

Elena ha deciso di affidarmi un suo racconto e io sono piena di tutto l’entusiasmo e la responsabilità che questo comporta. La ringrazio per la fiducia ma soprattutto per il coraggio di lasciare andare un pezzo di sè.  

Buona lettura! 

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“Questa è la più bella passeggiata per Torino che abbia mai fatto.”

Lei sorrise e controllò con la coda dell’occhio che il semaforo da verde non diventasse improvvisamente rosso, e continuò a camminare lentamente accanto all’uomo.

“Come ti chiami?”

“Elena, e lei?”

“Giovanni.”

“Piacere, Giovanni.”

A volte la sua mente si scollegava in automatico dal mondo circostante e il suo corpo iniziava a vibrare di freddo. Quel giorno era andata esattamente così. La stanchezza l’aveva colta di sorpresa, alla fine di una giornata piena di immagini, di suoni, di fotogrammi. I cinque film visti di fila avevano affaticato i suoi occhi e i suoi pensieri, sentiva emozioni mescolate, frammenti di idee traboccare dal corpo, uscire da ogni poro della pelle. Possedeva un’immaginazione facilmente eccitabile, ogni film era un’immersione dalla quale riemergeva senza fiato: aveva bisogno di riprendersi.

Ad un certo punto era scesa di colpo, su di lei, la sera, la fine della giornata, che in realtà non era ancora finita. Era rimasta accasciata nella poltrona blu del cinema, in ultima fila, lontana da tutti gli altri spettatori, nascosta nel buio, solo la nuca illuminata dalla debole luce del proiettore. Le energie erano fluite via dai suoi muscoli, dai tendini, dalle gambe, da tutte le membra del suo corpo. I minuti non scorrevano più, mentre le immagini sul grande schermo continuavano a susseguirsi. La storia del film che stava guardando era semplice, avvincente, accattivante, ma non bastava a tenerla ancorata. Si era sentita volare via, lontano, da un’altra parte. Aveva dato un morso al panino che si era preparata al mattino, e aveva aspettato che il cibo entrasse in circolo nel suo sangue ormai freddo. Mancava poco alle nove, ancora mezz’ora e lui sarebbe uscito da lavoro, lei gli sarebbe corsa incontro e gli avrebbe gettato le braccia al collo. Si sarebbe ricaricata affondando il viso nell’incavo tra la spalla e la testa, avrebbe ripreso le energie da lui, e insieme si sarebbero incamminati verso il cinema, per vedere l’ultimo film della giornata. Aveva bisogno della sua dose di calore e di amore, dopo così tante ore trascorse in solitudine, una solitudine che non si poteva colmare con nessun altro e in nessun altro modo. Sapeva che lui avrebbe capito, sapeva che lui l’avrebbe ascoltata mentre gli raccontava le trame intrecciate di tutti i film visti, con gli occhi cerchiati e arrossati.

Fu in quello stato d’animo scombussolato, suscettibile, vulnerabile e senza protezioni che alle nove meno dieci uscì dalla sala calda, si avvolse nel cappotto, tirò su la sciarpa fino al naso, e si diresse verso la stazione con passo spedito. Si fermò sul marciapiede: il semaforo era rosso, il corso che doveva attraversare era lungo e trafficato, specialmente a quell’ora. Le luci delle lampade sotto ai portici si intrecciavano con quelle dei lampioni in strada, la stazione brillava, un po’ impolverata, svettava alla sua sinistra, e sembrava controllare tutto quello che accadeva dentro e fuori di lei, in una sera qualsiasi di novembre.

“Deve attraversare?”

Si voltò. Un signore anziano, con un bastone di legno, le aveva rivolto quella domanda senza girarsi nella sua direzione, con lo sguardo ostinatamente puntato davanti a sé, in un angolo non ben precisato.

“Sì, ha bisogno?”

“Sarebbe così gentile da starmi accanto mentre attraversiamo?”

“Certo, non c’è problema. Venga, è verde.”

Si incamminarono lentamente, lei rallentò il passo adattandosi a quello incerto e malfermo dell’uomo.

“Devo andare in via Sacchi.”

“Allora è proprio qui, alla sua sinistra. Qui c’è la stazione, a destra c’è corso Vittorio Emanuele e…”

“Lo so, lo so”.

L’uomo la interruppe con una risata. Lei si sentì sciocca. Non aveva mai davvero avuto a che fare con una persona cieca, ma si era spesso chiesta come facessero a sapere tutte quelle cose. Si era chiesta che forma e che colori avessero nella loro mente le strade, le luci, i palazzi. Lui non poteva vederla, eppure aveva sentito il suo passo, e si era fidato di lei, le si era affidato per attraversare un corso a tre corsie con tre semafori da superare. Era vero quello che dicevano: che i cechi sviluppano meglio di chiunque altro i quattro sensi restanti, e forse ne hanno anche uno in più, un vero e proprio sesto senso.

“Certo, certo che lo sa, mi scusi. Ecco, siamo arrivati.”

La grande traversata era terminata, erano approdati sul marciapiede opposto sani e salvi. Lì, lui le aveva detto quelle parole. “Questa è la più bella passeggiata per Torino che abbia mai fatto.”

“Arrivederci Giovanni.”

“Buona serata, Elena. E grazie ancora.”

Presero direzioni diverse e opposte. Lei camminò in fretta, ancora più bisognosa di un paio di braccia in cui nascondersi, le sue braccia. Nella delicatezza del momento in cui quell’uomo l’aveva colta e colpita con le sue parole, la pelle delle labbra si era leggermente spelata, gli occhi erano diventati più pensati. Chissà se Giovanni aveva mai visto un film, si chiese, lei che ne guardava ormai cinque o sei al giorno. Se avessero avuto più tempo avrebbe tentato di raccontarglieli. Giovanni l’aveva strappata per un attimo dal turbine maldestro dei suoi pensieri, con un gesto semplice, con qualche passo compiuto insieme, nella solitudine di due persone che per un tratto di strada si affiancano. Giovanni aveva avuto bisogno di lei, e lei l’aveva traghettato sulla sponda dove voleva andare con i suoi occhi spalancati nel buio.

La città era buia, grande, piena di persone. Scorse la sua sagoma alla fermata dell’autobus, gli corse in contro.

“Ho appena aiutato un signore ad attraversare. Mi ha detto che è stata la più bella passeggiata che abbia mai fatto.”

Che strana forma aveva quel peso nel petto che mentre lui la stringeva forte iniziava a dissolversi. Lo guardò da sotto le ciglia, insieme si incamminarono e attraversarono la strada, con lo stesso passo, lo stesso respiro, la stessa andatura.

Aveva compiuto un quadrato perfetto intorno ai binari del tram di quel viale. Tutto era tornato alla normalità.

Elena Ramella, classe 1995, studentessa di Lettere all’Università di Torino. Esordisce nel 2015 con Lettere dalla notte, una raccolta di racconti edita da Edizioni LaGru. Nel 2016 esce Melograno, romanzo breve edito da Echos Edizioni. Studia un anno in Francia, presso l’Université de Savoie. Nel frattempo continua a pubblicare racconti on-line, collaborando con Readers for Blind, TanteStorie e l’Inquieto Magazine.

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