Ti racconto Malgrado le mosche

Chi frequenta questo spazio sa che sono un’assidua lettrice di riviste letterarie e dei collettivi di scrittura. Amo scoprire nuove storie e nuove voci. Oggi incontro Malgrado le mosche. Rivista nata solo da qualche mese ma già pronta per fare la rivoluzione. Idee chiare, penne argute e pochi fronzoli si candida ad essere uno dei progetti più interessanti in circolazione.  

Copy of Copia di Copy of Copy of Copy of Per giorni e giorni senza che nulla accadesse. Il mare vuoto, vuota agitazione di memorie e di membra senza attesa. E un giorno tu compari sull'orizzonte. Due punti che (1)

  • Come nasce Malgrado le mosche e perché avete scelto questo nome? (confesso: a me piace da impazzire)

Inizialmente la rivista si sarebbe dovuta chiamare Hilde, come la casa di Hilde, la canzone di De Gregori. Hilde per me aveva senso per l’accoglienza, il contrabbando, l’occhio del ragazzino. Mi sono reso conto però che la canzone non la conosce più nessuno e Hilde non portava a pensare niente di quel che credevo.

Malgrado le mosche è un verso di una poesia di Joyce Mansour, una poetessa surrealista. 

La poesia si intitola Ascoltami

Ascoltami

Le tue mani mi ascoltano

Non chiudere gli occhi

Le mie gambe restano aperte

Malgrado la luce urlante a mezzogiorno

Malgrado le mosche

Non rifiutare le mie parole

Non alzare le spalle

Ascoltami, mio Dio

Ho pagato la decima

E le mie preghiere valgono quanto quelle della vicina

Malgrado le mosche è stato in ballottaggio con “ogni venerdì un cambiamento di programma”, altro verso di una poesia surrealista, e con “mai più pene né oblio“, titolo di un romanzo capolavoro di Osvaldo Soriano. Ho chiesto a un po’ di persone cosa ne pensassero e Malgrado le mosche ha vinto all’unanimità. Mi dispiace un po’ per Soriano, ma in qualche modo lo recupero.
Malgrado le mosche, secondo me, porta subito a pensare al tempo che stiamo vivendo, che è terribile. E lo fa però con una minima dose di rabbia. Ci sono le mosche, la putrescenza e la merda, ma malgrado le mosche ci siamo (ancora) anche noi. 

  • Chi c’è dietro Malgrado le mosche?

All’inizio eravamo in quattro, le prime decisioni le abbiamo prese in quattro, io e tre amiche, nessuna con esperienza letteraria, se non in qualità di lettrici (uso il femminile perché a maggioranza femminile mi sembra giusto non imporre il maschile). Con l’avanzare delle settimane è diventato sempre più chiaro che l’unico ad avere il tempo di portare avanti la rivista ero io. L’idea del resto è mia, le proposte quasi sempre venivano da me; per farla breve al momento sono da solo.

Questo non significa che non possano tornare le mie ex-socie, io ne sarei felicissimo, o che non possano entrare altre persone in una eventuale redazione. In questo momento però ci sono io e ho trovato un equilibrio. Non prendo quasi mai decisioni da solo, ma mi confronto con le persone che mi sono intorno, faccio dei test, non è ancora una dittatura. 

  • Quali caratteristiche deve avere una storia per entrare a fare parte della rivista?

Non lo so, davvero non lo so. Forse non lo voglio nemmeno sapere. Sono convinto che la letteratura abbia senso quando è libera, che non significa senza regole, anzi, le regole sono la struttura che ci permette la libertà. Mi piacciono i racconti che hanno uno sguardo su un tema, uno qualsiasi, l’amore, la guerra, i brufoli, quello che è. Però un’idea precisa su quello che vogliono raccontare. Poi se sono scritti decentemente ancora meglio, se hanno addirittura uno stile di solito scrivo delle mail agli autori e alle autrici piene di complimenti, di iperboli e di gratitudine.
Penso che ci sia da parte di chi scrive, e lo dico con dispiacere, una certa propensione all’uniformità di stile e di intenti. Sono convinti, consapevolmente o meno, che “le riviste” si aspettino un certo tipo di racconto, lungo così, scritto così, un po’ sperimentale ma non troppo. Non è vero. 

Parlo per me: intanto non mi aspetto proprio niente e sono felicissimo di ricevere qualsiasi cosa, è già un riconoscimento di stima. Difatti ringrazio tutti. In secondo luogo, vorrei che passasse il principio che Malgrado le mosche è un posto libero, dove io, mio malgrado, scusa il bisticcio di parole, mi trovo a dover prendere delle decisioni. Ma è un posto libero. Non pago nessuno e nessuno paga me, siamo fuori dalla logica di dover corrispondere a un’aspettativa editoriale. Se qualcuno mi fa una proposta di qualsiasi tipo io la ascolto. Viceversa, se mi arriva un racconto uguale a quelli che pubblicano le decine di altre riviste italiane, mi cadono le braccia, perché stiamo tutti perdendo tempo. 

  • Fate editing sui testi che vi arrivano? C’è uno scambio tra gli autori e la redazione?

Non riesco a fare editing e non voglio nemmeno farlo. Non sono preparato per farlo e per di più non trovo poi così onesto proporre un editing a persone con cui non si è instaurato e non si riuscirà a instaurare un dialogo frequente. In altri termini, non voglio mettere le mani sui racconti secondo il mio gusto. Se ci sono delle cose che non mi convincono, e ci sono sempre perché è normale che sia così, le accetto o no insieme al “pacchetto racconto”. Se ci sono dei refusi li correggo, ma non è editing, è una minchiata, è una correzione banale di un refuso.
Lo scambio con gli autori e le autrici è una cosa che mi cruccia. Vorrei che fosse molto più abituale, fitto. In parte dipende da me, in parte dalle autrici e dagli autori. Con qualcuno si sta creando un minimo di relazione, anche solo virtuale. Spero di riuscire a fare ancora meglio, è una delle motivazioni che mi ha spinto a iniziare con la rivista. 

  • Nel Manifesto parlate di insoddisfazione e di rivoluzione. Cosa vi piacerebbe cambiare?

Tutto, che domande. Vogliamo l’improbabile (è una frase coniata dalla mia compagna e sembra di Breton, ma invece è contemporanea). 
Più seriamente, è chiaro perfino a me che la rivoluzione non la faremo con le riviste letterarie. Peccato, perché sarebbe stato divertente. Cosa possiamo fare, quindi? Innanzitutto rifiutare tutto, sputare in tutti i piatti in cui si è mangiato, votarsi alla marginalità. In questo momento storico, in Italia come in molti altri posti, definire il proprio posto, anche se si è una rivista letteraria online gratuita senza alcuna pretesa, significa accettare non tanto dei compromessi, che sarebbe normale, quanto delle appartenenze al sistema capitalistico. Allora, visto che nessuno mi paga e che io non posso permettermi di pagare nessuno, voglio definire con chiarezza l’estraneità di Malgrado le mosche al capitalismo. Non apparteniamo al capitalismo e il capitalismo non appartiene a noi, al nostro modo di agire, di pensare, di progettare. Se uno ci pensa è logico. C’è scambio di denaro? No. E allora sono fuori. Questo regala a tutti, me e gli autori, le autrici, i collaboratori che ci sono stati, quelli che verranno, le amiche, gli amici, regala a tutti la libertà di fare quello che vogliamo.

Non è la rivoluzione ma è divertente quasi allo stesso modo. 

  • Sto aspettando con ansia i risultati de “Il grande concorso di Natale”

Dovrei riuscire a pubblicare tutto prima che esca questa intervista, ma i tempi stanno diventando sempre più incontrollabili. I vincitori e le vincitrici sanno già tutto.

Secondo me ci sono dei racconti straordinari, poetici, distruttivi. Sono molto felice. 

  • Libri, riviste, blog, newsletter, musica, film, serie tv, podcast. Cosa guarda, legge e ascolta Malgrado le mosche.

Sono in difficoltà perché leggo, guardo, ascolto, molto meno di quanto vorrei e dovrei. Da qualche anno ho fatto voto di castità rispetto alle serie tv, non le guardo affatto, sono fagocitanti. Quando riesco ascolto Radio3, quello che capita di solito è interessante. La tv praticamente non esiste più. Libri ne leggo molti, per i miei standard che sono bassi, soprattutto italiani e nord e sudamericani, un po’ per piacere e un po’ perché sono le lingue, intese come modo di interpretare il mondo, più vicine a me in questi anni. Poi spazio un po’, come tutti. Mi piace moltissimo quello che pubblica Sur, non ho ancora letto il romanzo di Emanuela Cocco ma se è bello come i racconti che ha pubblicato mi aspetta una lettura grandiosa. Ho fatto una fatica mostruosa con Rayuela, eppure Cortazar è un mio idolo assoluto. Lemebel mi ha fatto innamorare, la Berlin è sempre la Berlin, Mrs. Caliban è stato uno dei romanzi più complessi che ho letto, molto più stratificato di quanto possa sembrare.
A parte Radio3 e qualche rara parentesi di musica mia, non faccio altro che ascoltare canzoni per bambini con mio figlio. I dischi migliori restano ancora L’arca di Vinicius/Endrigo e Ci vuole un fiore di Rodari/Endrigo.

Leggo sempre inutile perché è bellissima, è la rivista con la qualità media dei racconti più alta in questo momento. E poi Matteo è un amico, Pippo è un amico, Gloria lo stesso. Il mio cuore è sempre con loro.
Ora è diventata un progetto a sé, ma la newsletter femminista Ghinea è nata dalla rivista inutile. Consiglio a tutti di iscriversi, ha una qualità fuori dal comune, è interessantissima.
Verde è la rivista più vicina al mood di Malgrado le mosche, perché ci unisce, credo, un’indole punk. Però non mi hanno mai pubblicato e questo rende impossibile essere davvero amici. Peccato.

‘Tina è ‘Tina, mi sono scaricato tutti i numeri. Neutopia mi piace molto, anche perché apre ad altro, non si accontenta dei racconti. Mi fa impazzire l’idea di Efemera. Poi invece le riviste racconto-illustrazione, racconto-illustrazione, racconto-illustrazione, tutto pastello, con questi disegni tutti bellissimi, un po’ minimali, romantici, io francamente non ne posso più. Non dico che siano brutte, non lo sono affatto, ma è un vicolo cieco. Resta il fatto che ciascuno è libero di impiegare il proprio tempo come vuole. 

  • Malgrado le Mosche è femminista e antifascista. Fare rivista può ancora considerarsi un gesto politico?

Lo so che sembra facile rispondere così, ma tutto è un gesto politico. Il problema è un altro: ce la farò a mantenere le promesse, almeno quelle fatte a me stesso? Perché non basta dichiararsi, poi lo devi fare. E più vado avanti, più mi accorgo che non è facile per niente.

Già l’antifascismo è difficile in questo momento, ma almeno i confini sono chiari, non del tutto, ma a volerli vedere non sono nemmeno così confusi. Il femminismo è una materia complicatissima, perché non si tratta di reclamare pari diritti per le donne, la qual cosa è evidentemente sacrosanta ma fa parte di un percorso più complesso e purtroppo molto più lungo, che passa per il superamento del modello capitalista. La straordinaria novità, teorica e di pratica politica, del femminismo intersezionale insegna questo. Il tema è troppo vasto per poterne parlare qui compiutamente, mi limito a citare alcune delle mie figure di riferimento, tutte italiane non perché la cosa riguardi in modo particolare l’Italia, tutt’altro (pensiamo solo che Non una di meno è trans-nazionale e nasce in Sud America, in questo momento forse il continente più vitale e più innovativo per moltissimi aspetti), ma perché leggere in italiano è banalmente più comodo. Federico Zappino, che è il traduttore italiano di Judith Butler, è un filosofo tra i più acuti e i suoi libri e i suoi interventi sono sempre molto puntuali. Lea Melandri è una femminista di lunga data e una profonda innovatrice delle pratiche politiche, nonché una scrittrice eccezionale. I vari collettivi di Non una di meno, infine, sono, tra le altre cose, una finestra quotidiana sul percorso del femminismo intersezionale non solo italiano.
Un’ultima cosa; è evidente che come uomo, nonostante il mio entusiasmo, di tanto in tanto mi capiti di fare fatica. In fondo si tratta anche di rinunciare a dei privilegi che sono comodi. Il punto non è cercare la perfezione o al contrario giudicarsi inadeguati, il punto è comprendere che il femminismo, con tutto quello che comporta, è la strada per avere una libertà profonda, autentica, identitaria e collettiva, che vale enormemente di più di qualsiasi privilegio, per quanto millenario. 

  • Sembra un momento favorevole per le riviste. Ne stanno nascendo di nuove, alcune stanno passando anche al cartaceo e molti sono gli eventi culturali che le hanno viste protagoniste. Cosa significa fare una rivista oggi in Italia?

Posso rispondere solo per me. Voglio innanzitutto divertirmi, dare delle minime soddisfazioni a chi posso darle, tenere aperta una porticina fintanto che riesco.

Non credo che le riviste debbano porsi in relazione stretta con l’industria editoriale, lo trovo al limite del masochismo. Se l’industria ti cerca (e proprio non riesci a scappare in tempo) va bene, ma porsi ideologicamente come un laboratorio per l’industria, gratis per di più, denota una mancanza di ambizioni avvilente. Se proprio non vogliamo rinunciare al potere, che sarebbe la scelta più intelligente e lungimirante, allora almeno andiamo a prendercelo, entriamo da Mondadori e facciamola nostra. Il problema, ho paura, è che conquistato il potere si farebbero le stesse cose.

Invece la nascita di nuove riviste mi entusiasma e gli eventi, piccoli o grandi, che pongono al centro il dibattito intorno alle riviste mi interessano sempre, proprio per ridefinire uno spazio che è delle riviste e non di altro, che non è subalterno. Oggi sulle riviste migliori si leggono cose più interessanti che su molti Einaudi, per dirne una. Rivendichiamo la nostra esistenza indipendentemente dalle menate asfittiche dell’industria editoriale italiana.

Fare una rivista oggi in Italia quindi significa molte cose diverse, dipende dal grado di libertà che ci si vuole dare. 

  • Siete nati da poco ma avete già pubblicato dei racconti di buona qualità e fatto un bel po’ di rumore sui social. Prossime mosse?

Per prima cosa c’è questa ragazza che mi piace tantissimo. Questa è la mia priorità. Poi c’è un ragazzo che devo conoscere. Insomma, prima c’è la vita, senza la quale il resto perde di significato. A breve partirò con delle proposte di antologie, spero possano funzionare. Vorrei anche provare a trasportare le relazioni virtuali in qualcosa che possa svilupparsi dal vivo. Pensavo a delle mini-residenze, ma l’idea è ancora tutta da sviluppare.

Ci saranno altri concorsi, altro rumore, altri ritardi. 

Grazie Malgrado le mosche!

 

2 pensieri su “Ti racconto Malgrado le mosche

  1. L insetto dà fastidio quanto è utile, se arriva il concetto di sistema, eco-sistema ci sarà VITA e consapevolmente AMORE termine abusato come parola ma al momento sentimento poco pervenuto…Malgrado le mosche…nonostante tutto
    AMORE

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