Ti racconto Clean Rivista

Chi frequenta questo spazio sa che sono un’assidua lettrice di riviste letterarie e dei collettivi di scrittura. Amo scoprire nuove storie e nuove voci. Oggi incontro Clean Rivista. Con i suoi racconti e le sue foto vorrebbe afferrare il contemporaneo e per farlo, a quasi un anno dalla sua nascita, è già pronta a cambiare. Ho parlato di Clean con il suo curatore Sergio Oricci.

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  • Come nasce Clean rivista e perché avete scelto questo nome?

Clean nasce per almeno due motivi. Il primo è legato alla voglia che avevo di dare vita a un progetto che coinvolgesse altre persone. La scrittura è quasi sempre un lavoro solitario, e il rischio di cadere nell’autoreferenzialità e di concentrarsi solo su se stessi è molto alto. Ma le cose degli altri dovrebbero essere più interessanti delle proprie, se non altro perché le conosciamo meno, e utilizzare del tempo per dedicarsi a quello che viene scritto e fotografato da altre persone mi sembrava un buon modo per non perdere contatto con il mondo fuori da me.

Il secondo motivo riguarda invece il progetto vero e proprio. Ho da molti anni il desiderio di gestire uno spazio nel quale portare avanti e sviluppare l’idea di una contemporaneità veloce e sempre più breve. Avevo pensato a una galleria d’arte, ma poi ho deciso di iniziare con una rivista, perché la possibilità di lavorare con una componente visuale e una letteraria mi interessava molto.

Il nome l’ho scelto perché suona bene.

  • Quali caratteristiche deve avere una storia per entrare a fare parte della rivista?

Un testo per entrare a far parte della rivista deve essere il meno possibile “una storia”. Non sono riuscito ancora a sviluppare questo concetto del tutto, o non quanto vorrei, ma ci sto provando. Testi concettuali, sperimentali, incompiuti, sospesi, irrisolti: queste sono le caratteristiche che mi interessano di più. Catalogazioni, appunti, testi ibridi, testi inconcludenti e non conclusi. Spero di poter andare sempre di più in questa direzione.

  • Fate editing sui testi che vi arrivano? C’è uno scambio tra gli autori e la redazione?

Faccio editing con gli autori sui testi che vengono selezionati (che sono una piccolissima percentuale di quelli che arrivano). Non c’è un modo standard di fare editing per Clean. A volte arrivano racconti praticamente a posto, altre volte c’è bisogno di lavorare di più. In ogni caso non si tratta mai di un editing che mira a migliorare il racconto dal punto di vista qualitativo. Al di là di qualche intervento formale, se necessario, l’editing cerca di avvicinare il più possibile il testo – che già in partenza deve essere molto buono e vicino allo spirito della rivista – all’idea che è alla base di Clean e di cui parlavo nella risposta precedente. L’editing viene svolto in collaborazione con gli autori, il racconto è di chi lo scrive e ogni intervento deve essere condiviso.

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Fotografia di Oana Pughineanu

  • Oltre ai racconti le fotografie sono la parte fondamentale della rivista. Non sono semplice accompagnamento ai racconti ma narrano a loro volta una storia.

La fotografia ha la stessa importanza dei testi. Non c’è necessariamente un collegamento diretto tra i due, ma qualche affinità dal punto di vista delle atmosfere. La scelta delle foto avviene per portare la rivista verso l’estetica che sto cercando, che deve essere forte e peculiare. Mi interessano fotografi con un’estetica personale, qualcuno di cui indovineresti il nome guardando una fotografia che non conosci. Come capire se un fotografo ha un’estetica personale? Akif Hakan Celebi (uno dei fotografi pubblicati su Clean) suggerirebbe di caricare una fotografia su Google e di usare la funzione “cerca immagini simili” del motore di ricerca. Quando tra i risultati ci saranno soltanto (o in gran parte) immagini dello stesso fotografo, allora la direzione sarà quella giusta.

  • Leggendo la rivista ho la sensazione che tutti i sensi vengano allertati e che la narrazione oscilli tra la cruda realtà e una leggera astrazione.

Mi piace la definizione che dai. In effetti penso a Clean come al prodotto di una reminiscenza del punk sulla quale si sono poi appoggiate tante altre cose, costruzioni estetiche e letterarie che danno vita a qualcosa di distante, di sospeso. Tra la cruda realtà e una leggera astrazione, appunto.

  • Sul sito di Clean si legge “darà spazio a cose che possono essere fatte soltanto adesso” quanto è difficile riuscire a raccontare quello in cui si è ancora pienamente immersi?

È una sfida persa in partenza. Quella frase, di cui mi assumo tutta la responsabilità, è profondamente ingenua. Raccontare quello in cui siamo pienamente immersi significa già parlare di qualcosa che sta finendo, e quindi essere irrimediabilmente fuori tempo. Catturare il contemporaneo vuol dire in qualche modo contribuire a ridefinirlo, o almeno essere in grado di parlare di quello in cui saremo immersi nel momento in cui il testo o la fotografia verranno pubblicati o, meglio ancora, letti o guardati. È difficilissimo. Nel momento in cui qualcosa è successo e tu pensi di scriverne o di fotografarlo, sei già in ritardo.

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Fotografia di Oana Pughineanu

  • Libri, riviste, blog, newsletter, musica, film, serie tv, podcast. Cosa guarda, legge e ascolta Clean.

La lista potrebbe essere lunghissima, cercherò di fare una sintesi. Tra le case editrici indipendenti Clean segue con grande attenzione Pidgin e Keller, tanto per fare due nomi. Alla base dei loro cataloghi c’è un’identità molto forte, e questo mi piace. Tra gli autori italiani nomino volentieri Isabella Santacroce, Massimiliano Parente, Alcide Pierantozzi, Tommaso Labranca. Mentre tra gli stranieri Sarah Kane, Jeff Jackson, Teddy Wayne, A.M. Homes. In questo momento poi sto leggendo Casa di foglie, di Mark Z. Danielewski.

Passando alle riviste, su tutte direi Flash Art. Poi per quanto riguarda blog e riviste online citerei ubu.com, Altri Animali, ‘tina.

Per la musica, le prime cose che mi vengono in mente sono i Bright Eyes, musica elettronica, Sex Pistols, Sigur Rós, Velvet Underground.

Per i film sintetizzo al massimo citando Vincent Gallo e Harmony Korine.

Serie TV, podcast, newsletter: niente.

  • Sembra un momento favorevole per le riviste. Ne stanno nascendo di nuove, alcune stanno passando anche al cartaceo e molti sono gli eventi culturali che le hanno viste protagoniste. Cosa significa fare una rivista oggi in Italia?

Non credo che fare una rivista abbia un significato particolare al di fuori di sé. Una rivista è una rivista, qualcosa che si risolve in se stesso. Ho l’impressione che l’attenzione nei confronti delle riviste indipendenti riguardi una minuscola nicchia del sistema culturale, ma non ho una visione d’insieme così precisa per poter valutare. Per me gestire Clean significa tanto lavoro e tanto divertimento, in ogni caso.

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Fotografia di Oana Pughineanu

  • A giugno ci sarà il primo anniversario della rivista e avete già annunciato cambiamenti. Cosa ci aspetta?

Per prima cosa un grande numero per celebrare l’anniversario. Nel suo secondo anno di vita la rivista dovrà cambiare: i testi saranno meno narrativi, e spero di riuscire a stampare un numero speciale. Vorrei dire di più, ma per il momento preferisco parlare solo di cose che credo di poter realizzare in tempi relativamente brevi.

Grazie Clean!

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