Ti racconto A4

Chi frequenta questo spazio sa che sono un’assidua lettrice di riviste letterarie e dei collettivi di scrittura. Amo scoprire nuove storie e nuove voci. Oggi incontro A4. Sta in un foglio solo. Si può stampare, ripiegare e leggerla dove ci pare. Minimale e ricercata al tempo stesso. Ha scelto di non essere sui social e sogna di pubblicare un fotoromanzo. 

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  • Come nasce A4 e perché hai scelto questo nome?

Il nome e l’idea della rivista sono nati nello stesso momento. Un giorno, anni fa, non so perché ho immaginato una rivista chiamata ‘A4’ che stesse tutta in un foglio solo. Poi per anni ho giocato con l’idea, ho smanettato con la grafica e l’impaginazione, schizzato loghi, immaginato il modo in cui andasse ripiegata, ma senza esserne mai troppo convinto. Fino a quando non ho capito che, impaginato nel modo giusto e orientato in orizzontale, un foglio A4 può contenere racconti di lunghezza dignitosa. Allora ho comprato il dominio del sito, mi sono procurato il font adatto e ho preparato il primo numero, con un racconto dello scrittore mio concittadino Angelo Orlando Meloni.

  • Racconti, haiku, poesie, racconti illustrati. Quali caratteristiche deve avere una storia per entrare a fare parte della rivista?

In effetti, nonostante l’apparente gabbia grafica, il formato è flessibile e si presta a un sacco di cose diverse. Il racconto su otto colonne resta la vocazione principale, ma non ho in mente uno stile o un genere precisi. Se leggo un racconto e mi piace, allora lo pubblico. Per il resto ogni tanto preferisco variare e sono aperto alle sperimentazioni. A4 potrebbe perfino ospitare un giorno uno spartito? O un origami? Chissà.

  • Fai editing sui testi che arrivano? C’è uno scambio tra gli autori e la redazione?

Più che un editing vero e proprio faccio un’attenta correzione delle bozze. Prima di pubblicare un numero scrivo agli autori alcune proposte di modifiche per rendere il testo più scorrevole, fermo restando che l’ultima parola resta a loro, ma non è niente di invasivo: eliminazione di ripetizioni, cambio di punteggiatura, chiarificazione di frasi che secondo me sono un po’ complicate, e ovviamente sistemo i refusi e uniformo il tutto con lo stile di A4 (perché A4 ha un suo manuale di stile).

  • A4 sta in un foglio. È lineare e molto curata non solo nei contenuti ma anche nella forma (su tutti la scelta del font). Leggendola, quando la stampo, mi sembra di essere catapultata in un tempo che è stato. A4 ha un sapore antico e vivace.

Ti ringrazio per averlo notato, ci è voluto del tempo per ottenere la semplicità che caratterizza la rivista, senza per questo renderla scarna o povera (mi fa molto piacere quando qualcuno la definisce minimalista). In fase di incubazione, a forza di togliere tutti gli orpelli ho capito che l’ideale sarebbe stato lasciare fare tutto al testo, dalla testata in giù, in bianco e nero, senza elementi grafici (perfino gli interruttori di paragrafo sono tipografici, cioè l’ampersand corsivo che in teoria sarebbe il logo della rivista). Il tutto, in un unico font, il Miller, che è quello che Riccardo Falcinelli usava per la casa editrice Sur, e che mi piaceva molto per l’eleganza e lo stile un po’ retro, e quindi senza tempo. L’obiettivo principale, tuttavia, è sempre stato la leggibilità: se avessi fatto una rivista bella ma poco leggibile avrei fallito. Da qui è nata la divisione in colonne, che ancora oggi è il formato più leggibile in circolazione, sia su carta che su schermo. (So che non dovrei parlare male degli altri, ma alcune riviste italiane hanno i margini troppo larghi: abbiate empatia per i lettori!)

  • Dopo ogni numero sul sito c’è l’intervista all’autrice o all’autore del racconto, la rivista può essere stampata dai lettori diventando a tutti gli effetti una rivista cartacea e addirittura c’è un raccoglitore stampabile per contenere i numeri della rivista. Sono piccole cose che mi fanno pensare alla cura e alla condivisione. Un coinvolgimento attivo di tutte le parti che rendono viva una rivista.

Esatto, cerco di sfruttare le potenzialità che regala internet. Fino a qualche decennio fa A4 sarebbe stato un foglio distribuito in libreria e biblioteca e sarebbe finita lì. Un sito internet invece ti apre la possibilità di uscire dai confini fisici dell’oggetto e fare un sacco di altre cose, soprattutto coinvolgere lettori e autori. La rivista poi funziona benissimo anche come pdf, si può leggere su qualunque dispositivo dotato di schermo. Purtroppo non ho ancora trovato il coraggio di iscrivere A4 ai social, aprirle per esempio una pagina Facebook o un profilo Instagram. So che in quel modo raggiungerebbe più lettori, ma per ora voglio proteggerla da quel mondo.

  • Questa scelta di non essere sui social mi incuriosisce molto. La maggior parte delle riviste è sui social, li usa come mezzo per arrivare a più lettori/autori possibili e per farsi conoscere meglio. Capita di trovare riviste molto attive sui social con siti poco curati o di difficile navigazione. A4 ha scelto di non aver canali social per ora dimostrando che la convinzione per cui se non sei sui social non esisti può essere svicolata. Come si arriva ai lettori? Come sei riuscito a creare la comunità dei lettori di A4?

Sin dal primo numero ho deciso di non aprire profili social della rivista perchè non lo ritenevo necessario. Fanno bene i progetti a scopo di lucro a sfruttare la visibilità dei social. Ma non essendo A4 a scopo di lucro, non ne ho visto il motivo. Anche perchè non amo il mondo dei social, e potendo scegliere ho deciso di lasciare fuori A4. Ogni tanto rilancio io sui miei profili i numeri, e ovviamente lo fanno anche gli autori dei racconti, ma la cosa si ferma lì. Se questo significa avere pochi lettori, mi sta benissimo. Preferisco che A4 abbia dieci lettori realmente curiosi, che centinaia che hanno cliccato per caso su un limk trovato su Facebook. Già avere un sito internet– che ricalca nella grafica lo spirito della rivista– basta e avanza. Poi la comunità si crea, anche se ignoro come, o di quante persone stiamo parlando. Raramente do un’occhiata alle statistiche del sito o cose del genere. Credo che la voce in qualche modo passi. E se non passa, va bene lo stesso.

  • Sul n.7 di A4 hai tradotto tre racconti apparsi sulla rivista letteraria McSweeney’s. Leggi anche altre riviste letterarie straniere? Ti va di segnalarcene qualcuna?

A parte “McSweeney’s”, a cui ho rubato l’idea di usare un unico font, leggo regolarmente il “New Yorker” (fa molto snob come affermazione, ma è vero), anche se forse non può definirsi una rivista letteraria. Mi piaceva molto “The occasional”, un sito/rivista umoristico da cui ho tradotto per il numero 14 il racconto “I think I should get more credit for killing Hitler”, ma che da un po’ ha smesso le pubblicazioni. Seguo molto anche il sito della “Paris Review” (da cui ho preso l’idea del dominio .org), ma non leggo la rivista in sé. Mi piace molto “The Idler”, che è inglese, e qualche anno fa è diventato un libro illuminante intitolato L’ozio come stile di vita.

  • Sembra un momento favorevole per le riviste. Ne stanno nascendo di nuove, alcune stanno passando anche al cartaceo e molti sono gli eventi culturali che le hanno viste protagoniste. Cosa significa fare una rivista oggi in Italia?

Personalmente mi piace l’idea di gettare in quel pozzo che è internet qualcosa di piccolo ma bello. In internet c’è un sacco di roba che pare uscita da un incubo distopico e ti rovina la giornata, quindi sono contento di contribuire, nel mio piccolo, a renderlo un posto più piacevole. Mi piace dare voce ad autori che spesso sono alle prime pubblicazioni. Mi piace il rito di portare in libreria alcune copie dell’ultimo numero, ancora calde di stampante e già ripiegate. E mi piace sentire di far parte di una tradizione che va dai vecchi ciclostilati, alle fanzine punk, alle tante riviste che come scrivi tu continuano a nascere oggi.

  • Come procede la ricerca del fotoromanzo da pubblicare su A4?

Non si è ancora fatto avanti nessuno! Anzi, approfitto di questo spazio per rinnovare l’appello: A4 vuole pubblicare un fotoromanzo . Mandateci la sceneggiatura (in 14 frame): una volta accettata, realizzare il fotoromanzo è uno scherzo, con tutti i mezzi fotografici e informatici che ormai tutti hanno in tasca. Fatevi avanti!

Grazie A4!

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