Ti racconto Il Mondo o Niente

Chi frequenta questo spazio sa che sono un’assidua lettrice di riviste letterarie e di collettivi di scrittura. Amo scoprire nuove storie e nuove voci. Oggi incontro Il Mondo o Niente. Una rivista che svela i mondi che si nascondono nei libri, nei film, nelle serie tv e in ogni storia che incontra. Della mia chiacchierata con loro, due parole mi sono rimaste dentro: libertà e amore. La libertà di muoversi in uno spazio senza confini e l’amore per quello che si fa e per le idee condivise. Una volontà che portano giorno per giorno in ogni cosa che fanno.

Come nasce Il mondo o niente?

Ero insieme a due miei amici in una libreria. Io ero già cofondatore di una Rivista (In fuga dalla bocciofila) e avevo bisogno di uno spazio che mi permettesse di parlare di libri. Questi due miei amici, che all’epoca erano una coppia, decisero di imbarcarsi con me in questa impresa. Nacque un lungo processo di gestazione dove definimmo vari aspetti del progetto, tra cui una certa libertà nell’affrontare tutti i contenuti proposti dall’industria culturale e dalla scena indipendente nel vasto mondo della produzione libraria. Vi era insito un tentativo di raggiramento di certe logiche che il sistema culturale imponeva, così ci venne naturale chiamarlo come un movimento di protesta francese che in quegli anni stava trovando una propria collocazione nello scenario di resistenza contro il modello neoliberista che con grande facilità conquistava in modo capillare ogni spazio del pensiero intellettuale. Appena il progetto partì la coppia di miei amici scoppiò e ci ritrovammo in due. Iniziò quindi un tentativo di costruzione di una redazione che vide molte persone arrivare e molte andarsene via. Tra queste ci fu anche l’altro fondatore, che un giorno si rese conto che i suoi interessi lo avevano portato altrove. Oggi siamo in otto (Ferruccio Mazzanti, Giovanna Daddi, Enrica Fei, Giulia Sabella, Luca Giommoni, Caterina Ioffrida, Michele Galardini, Salvatore Chierchi) e tutti partecipiamo al processo redazionale e decisionale che rende Il mondo o niente la rivista culturale che è oggi. (Ferruccio)

Quali caratteristiche deve avere una storia per entrare a fare parte de Il mondo o niente?

Innanzitutto deve essere scritta con passione, poi non deve essere piena di errori grammaticali o sintattici, inoltre deve essere scritta non pensando a un canone stilistico o estetico predefinito da scuole o altre riviste, ma pensando alla natura più basilare della scrittura, ovvero comunicare un messaggio X a un lettore Y. Quindi piena libertà di espressione e forme, ma per favore non standardizzazione. (Ferruccio)

IMON pubblica recensioni e racconti, ma una “storia” è sempre presente, nei pezzi di narrativa ma anche quelli di critica. Non è una linea decisa a tavolino e non sono neanche sicura gli altri siano d’accordo, è una mia impressione. Ho realizzato questa tendenza nel corso del tempo, leggendo le recensioni che ci arrivavano e riflettendo su quelle che scrivevamo noi. Credo che questo risponda parzialmente alla tua domanda: una storia è presente anche nelle recensioni perché ciò che cerchiamo, nelle storie, è sempre la rielaborazione individuale di un’esperienza, la comprensione personale di un messaggio, la declinazione originale di un certo stile che si vuole esplorare. Forse, più che a questa domanda, sto rispondendo alla numero 5. (Enrica)

Fate editing sui testi che vi arrivano? C’è uno scambio tra gli autori e la redazione?

Facciamo editing sui racconti che ci arrivano, si, ma non sulle recensioni. Uno degli aspetti più belli e difficili di IMON è che ci muoviamo in modo assolutamente orizzontale – qualcuno di noi ha compiti specifici ma, quando si tratta di prendere decisioni o discutere sul valore di un racconto o di una recensione, siamo otto teste che ragionano in otto modi diversi. Discutiamo per ore, ci fraintendiamo, discutiamo ancora e, quando ci sembra di esserci capiti, arriviamo ad una decisione insieme. Sembra un paradosso, forse lo è, ma è sicuramente possibile perché ci riusciamo. Se mai IMON dovesse assumere un impianto più “verticale”, spero che manterrà questa allegra entropia – almeno a me, e penso anche agli altri, ha insegnato molto.

Questa stessa logica ci muove con l’editing. Ciascuno di noi sceglie un racconto da editare e contatta l’autore o l’autrice. A suo modo e seconda la sua sensibilità, gestisce la comunicazione con l’autore e porta a termine il compito. E gli altri, per quanto abbiano amato il racconto per come era o per quanto lo avrebbero voluto modificare per come avrebbero desiderato, affidano la propria sensibilità a chi se ne sta occupando. Cerchiamo, inoltre, di rispondere a tutti, anche a chi non selezioniamo. Chiediamo se vogliono un feedback e, se la risposta è positiva, facciamo come con l’editing: ciascuno di noi sceglie una manciata di racconti non scelti e motiva la decisione presa. (Enrica)

“Sotto la mole”, “Punk Islam”, “Speculazione edilizia”, “Frost/Nixon”, “Fiori blu” sono i nomi delle categorie di cui è fatto il vostro mondo. Sono molto curiosa della storia dietro questi nomi?

Quando è stata fondata la rivista volevamo che le varie categorie appartenessero al mondo culturale e a opere che per noi erano importanti. Così abbiamo scelto Sotto la mole (Antonio Gramsci), Speculazione edilizia (Italo Calvino) e (I) fiori blu (Raymond Quenau) per andare a identificare categorie differenti della produzione culturale. Col tempo si è poi aggiunto Punk Islam (CCCP) e Frost/Nixon (Ron Howard) per colmare alcuni aspetti che forse ci erano sfuggiti. Alcuni di questi nomi hanno un senso in relazione al contenuto dell’opera scelta, come ad esempio Sotto la mole, che prevede un certo tipo di analisi della realtà a partire da un metodo gramsciano, altri invece solo per amore condiviso di quella determinata opera, come nel caso di I fiori blu. Vi è quindi, a seconda dei casi, una presa di posizione estetica o metodologica che, ovviamente, non siamo sempre in grado di rispettare. (Ferruccio)

Leggere i racconti che pubblicate mi crea una sorta di familiarità. Mi richiamano spesso una tormentosa tenerezza.

Noi della redazione siamo tutti dei gran teneroni, una persona in particolare ma non diremo chi. Con i racconti ci piace pensare di offrire una pluralità di voci e originalità eterogenee, sperando che i lettori si trovino sempre di fronte a storie meno omologate possibile. è quello che cerchiamo di fare noi della redazione quando pubblichiamo i nostri racconti ed è quello che cerchiamo nei racconti di chi partecipa alle nostre call. Forse non avere un criterio di pubblicazione ben definito, in realtà, equivale ad averlo, ma ci vogliamo lasciare il piacere di essere stupiti ogni volta: non sai mai cosa può arrivare in quella casella mail. L’importante è che poi ci strappi un sorriso, una smorfia, un pensiero o una discussione, che ci faccia compagnia… (Luca)

Mia partecipazione ideale ad una vostra riunione di redazione. Cosa mi aspetta?

Gente che mangia pane raffermo spalmandoci sopra dell’hummus per renderlo più gradevole. Altri che allattano. Svariati bicchieri di vino o di birra che passano sugli schermi. Tabagismo a non finire. Di fatto una bettola bohémien versione 2.0. (Giulia)

Come ha detto Giulia, un’assenza di salutismo dal sapore un po’ rétro e anche una certa tendenza alle digressioni demenziali. (Caterina)

Io sono l’ultimo acquisto della redazione, ne faccio parte da circa un mese, perciò ho vissuto le riunioni redazionali solo in forma virtuale (sigh), ma posso dire che, oltre le digressioni, il tabagismo e il tempo strappato a giornate di lavoro e impegni personale, c’è molta professionalità, passione ed entusiasmo verso le attività della rivista. (Salvatore)

Io sono quella che mangia il pane raffermo con l’hummus, fuma un pacchetto di sigarette e indulge nelle digressioni demenziali convinta di stare spalancando universi di conoscenza. Come tutti gli altri, infilo IMON tra un impegno e l’altro e arrivo alla riunione con le pinze sugli occhi per non crollare dalla stanchezza (e non sono io quella che allatta). Però, tra le sigarette e il vino, c’è sempre un ordine del giorno, qualcuno che prende appunti per il verbale, molto impegno e tanta passione – a volte persino troppa, ché ci si mette a discutere e quasi litighiamo. A termine di ogni riunione, persino di quelle più concitate, mi accendo sempre l’ennesima sigaretta per trattenere gli altri e continuare a parlare un po’. (Enrica)

C’è sempre un bicchiere di vino o di birra e la sensazione è di trovarsi in un grande salotto dove si può scherzare, scontrarci, sostenerci e condividere una passione, il tutto con il massimo della sincerità. Ci sono alcuni elementi ricorrenti che, dopo un po’ di mesi, mi fanno sentire a casa nonostante la distanza, come la prospettiva della casa di Ferruccio, il calice di Caterina o la risata di Giovanna; quindi, per rispondere alla tua domanda, ti aspetta una serata totalmente priva di noia. (Michele)

Oserei aggiungere tanto amore, tanti messaggi in chat, tanta libertà di azione e una programmazione dentro alla quale io mi sento sempre perso. (Ferruccio)

Come si racconta il mondo contenuto in un libro?

Per quanto mi riguarda, cerco di trattare solo di libri con un immaginario che mi ha coinvolta a tal punto da trasportarmi appunto in un mondo diverso dal mio. Così, quando scrivo sulla nostra rivista, cerco di raccontare questa esperienza, un po’ come fosse un viaggio che ho fatto da sola in un paese fantastico, che, al ritorno, sono ansiosa di descrivere agli amici. Sperando in cuor mio di convincerli a partire anche loro. (Caterina)

Non credo esista una formula valida per tutti, forse all’interno della critica accademica, ma nel mondo delle riviste il modo di raccontare un libro (o un prodotto culturale) varia in base allo stile e alla sensibilità di chi l’ha letto. Personalmente, quando ne parlo, è perché mi ha detto qualcosa ma non sono certo di averla capita al 100%, così sento il bisogno di scriverla per darle un ordine, un senso, una forma, un contesto, che con la sola lettura non sono riuscito a trovare. Leggere un libro significa entrare non solo nella fantasia dell’autore, ma anche nel suo modo di dare ordine alle cose, che non necessariamente coincide col mio. Dunque per me leggere e scrivere sono due atti complementari, che possono vivere autonomamente, ma uniti lavorano meglio. Se di un libro capisco tutto non sento il bisogno di scriverne, perché non avrei nulla da aggiungere rispetto a quanto mi ha già detto l’autore. (Salvatore)

Non è sicuramente facile perché il libro, ancora più di un film o di un’opera, richiede un’immersione totale da parte del lettore e, di conseguenza, la costruzione di tanti immaginari quanti sono, appunto, i lettori. Di conseguenza raccontare il mondo contenuto in un libro è più simile al passaggio di un testimone, alla consegna di una storia a una persona che non la conosce o che l’ha conosciuta, ma sotto altre forme. Forse scrivere recensioni è un po’ come raccontare un evento particolarmente significativo del nostro passato a nuovi amici, devi stupirli ma anche coinvolgerli nella tua visione. (Michele)

Io credo a partire da cosa quel libro ha seminato dentro di te. Se ha posto nel tuo essere rabbia, allora dalla rabbia. Se paura, allora dalla paura. E così via. (Ferruccio)

Le dirette di IMON sono tra le più interessanti sui social. Le due nuove rubriche, “la triade sulla Sessualità divisa in tre temi principali” e “Parla con IMON”, hanno decisamente catturato la mia attenzione. Vi va di raccontarmi l’idea e il lavoro che c’è dietro?

Durante il primo lockdown del 2020 è nata una collaborazione con TIF (Teatro Immersivo Firenze) di cui Enrica Fei fa parte. La collaborazione consisteva nello scrivere brevi monologhi sulla pandemia. Il progetto si chiamava Il giorno della marmotta. Una volta esaurita la spinta propulsiva di tale progetto, TIF ci ha chiesto se eravamo interessati a partecipare alla scrittura di un testo teatrale sul tema LGBT+, a cui ha risposto affermativamente Ferruccio. Dato che Ferruccio aveva bisogno di una formazione sul tema è nata l’idea di intervistare persone appartenenti al movimento. Quelle interviste erano così interessanti da spingere gli intervistatori a creare un vero e proprio talk (Solo se ti rende felice) in onda ogni martedì sera, che fosse al contempo uno spazio sicuro per affrontare le problematiche derivanti dalla sessualità fino all’inclusione tout court. Si tratta quindi di un percorso che include Il mondo o niente, ma al contempo ne è parallelo. (Ferruccio)

Parla con imon è nato per rispondere alla nostra volontà di presentare e contribuire a far conoscere autori che ci piacciono, affrontare e approfondire tematiche che ci hanno colpito, che fanno cultura contribuendo a dibattiti, ad esempio proprio il mondo delle riviste, che è il tema cardine intorno a cui ruota il progetto, pur con molte e varie declinazioni.
Naturalmente tutto ciò avremmo voluto farlo di persona, ma confidiamo che presto sarà di nuovo possibile. La diretta Facebook è quindi anche un modo per annullare la distanza sociale forzata di questi tempi. Pensiamo che letteratura e rivista siano inscindibili dalla socialità e dalla condivisione (Giovanna)

Sembra un momento favorevole per le riviste. Ne stanno nascendo di nuove, alcune stanno passando anche al cartaceo e molti sono gli eventi culturali che le hanno viste protagoniste. Cosa significa fare una rivista oggi in Italia?

Sono entrato nel mondo delle riviste otto anni fa, e già allora si diceva essere un momento favorevole per queste, perciò credo che sia sempre un buon momento per fare rivista, a prescindere dal luogo e dal tempo. È un modo per entrare in contatto con persone che hanno i tuoi stessi interessi; se si scrive, è un modo per esporre e confrontare il proprio stile e i propri pensieri a un giudizio critico; in generale, è un modo per dare la propria visione del mondo, e contribuire alla biodiversità del dibattito culturale. Non saprei cosa significa farlo in Italia perché non ho mai fatto riviste all’estero, però qui forse il problema più grande con cui una rivista si scontra è la sua bolla di riferimento: non ci si dovrebbe far ingabbiare, altrimenti si finisce per essere autoreferenziali; si dovrebbe piuttosto riuscire a “sfondarla”, e parlare trasversalmente a più persone possibile. (Salvatore)  

Grazie IMON!

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