La crepa – Intervista a Francesca Bianchi

“La crepa”, pubblicata in Italia da Add editore, è un viaggio tra le frontiere che circondano l’Europa. È un reportage per capire quello che succede intorno a noi. Molte immagini poche parole per mostrare la difficile situazione nelle zone di transito. L’operato di forze governative e volontari, i sogni e la disperazione dei migranti che aspettano e sperano in un futuro migliore. In questa particolare graphic novel Carlos Spottorno e Guillermo Abril (fotografo e giornalista spagnoli) ci mettono di fronte ad una narrazione del reale costringendoci a guardare alle frontiere e alle loro crepe, alle  dinamiche sballate del nostro tempo, alla mancanza di umanità e alla brutta abitudine, che sta prendendo sempre più piede, di costruire un falso nemico comune contro cui sfogare rabbia e frustrazioni.

È un libro di denuncia che nasce da un servizio giornalistico per El Pais, il risultato di tre anni di viaggio, 25.000 foto, 15 quaderni di appunti, decine di articoli e un World Press Photo vinto. È la possibilità per ognuno di noi di cercare la verità.

Ne ho parlato con Francesca Bianchi che ha curato la traduzione nell’edizione italiana.

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“La crepa” di Carlos Spottorno e Guillermo Abril è un libro spagnolo pubblicato in Italia da Add Editore. Come ti sei trovata ad esserne la traduttrice? L’hai proposto tu o è stata la casa editrice a cercarti?

Sono stata contattata da Francesca Mancini, della Add, che mi aveva vista durante un incontro sulla traduzione alla Libreria Bodoni di Torino. Devo quindi ringraziare la libreria e in particolare Giulia Perona che a quel tempo si occupava degli eventi per aver creato l’occasione per stanare noi traduttori dai nostri nascondigli e di averci messo in contatto.

“La crepa” è un reportage fotografico costruito come una graphic novel. È un viaggio nei luoghi di frontiera per raccontare le storie dei migranti che provano a crearsi un varco per cercare una possibilità, un futuro migliore. Il racconto è affidato principalmente alle immagini. L’uso della parola è limitato ma vengono proposti concetti chiari e semplici per amplificare il messaggio delle foto. Come ti sei approcciata alla sua traduzione?

Tradurre La Crepa ha significato fare uno sforzo in più proprio per cercare di mantenere quell’incisività e quella immediatezza trasmessa dalle immagini. Lo sforzo è stato quello di togliere, di sfrondare, anche per evidenti limiti di spazio imposti, come nel fumetto tradizionale, dalla gabbia del baloon.

Durante la traduzione c’è stato uno scambio con i due autori?

Con gli autori c’è stato uno scambio continuo e per me fondamentale. Ringrazio sempre gli autori e tutto l’olimpo delle divinità protettrici dei traduttori quando questo accade.

Perché dovremmo leggere La Crepa?

Secondo me i libri non “devono” essere letti. Questo è un libro potente e affascinante e credo che ogni lettore che ci si avvicini riuscirà a trovare la sua motivazione per proseguire nella lettura.

Ho sempre trovato il lavoro del traduttore molto affascinante e creativo. Anche se ne so realmente pochissimo. Ti va di parlarci del tuo lavoro.

Come diceva Luciano Bianciardi, mio eroe personale, quello del traduttore è un mestiere micidiale, ingrato perché spesso non adeguatamente remunerato, e perché parte da un’impossibilità: ovvero quella dello stesso tradurre un testo, portarlo da una lingua all’altra. Come voler trasportare da una spiaggia a un’altra della sabbia dentro uno scolapasta, qualcosa, molto, si perde inevitabilmente e il traduttore deve “far finta di niente” facendo sembrare che invece il testo finale sia perfetto così.

La lingua e il linguaggio si evolvono di continuo. La vostra è una continua ricerca. Un lavoro minuzioso fatto di incastri e di giuste scelte per far emergere la voce dell’autore in una lingua che non gli appartiene. Ci sono casi in cui si rischia di “tradire” l’originale?

Io, che sono un po’ cinica per natura, penso che sia sempre un tradimento e non ci vedo neanche niente di male. La monogamia nelle lingue non ha senso, nel momento in cui sto cercando di dire le stesse cose che ha detto un’altra persona nella sua lingua la sto tradendo per forza, non uso la stessa lingua, non sono quella persona. La discriminante è se questa operazione viene fatta cercando di salvaguardare il più possibile il testo, se ho almeno un po’ a cuore quella sabbia trasportata con lo scolapasta di cui sopra.

Esistono dei libri e delle pagine social dedicate all’intraducibilità di alcune espressioni, parole o modi di dire. “La Crepa” presentava qualche particolarità?

In questo caso non ci sono stati termini particolarmente ostici.

Ho letto di come i traduttori siano spesso dimenticati (pubblicazioni in cui non vengono nemmeno citati, lavoro sottopagato o pagato con difficoltà a distanza di mesi). Ho notato però anche che alcune case editrici (Il Saggiatore e Minimum fax) hanno scelto di pubblicare in copertina il nome del traduttore. Credi che qualcosa stia cambiando?

Qualcosa, molto, sta cambiando finalmente. Ci sono case editrici che oltre a mettere il nome del traduttore in copertina ne rispettano il lavoro offrendo ai traduttori un giusto compenso senza farli penare mesi prima di pagarli, Add editore è una di queste ma penso anche alla Eris Edizioni, sempre di Torino, che lavora in questo modo con tutti i suoi collaboratori.

Il lavoro del traduttore è anche un lavoro di scouting. Molto spesso alcuni testi ci arrivano proprio grazie alla curiosità e alla passione dei traduttori. C’è un libro che ti piacerebbe tradurre e portare in Italia?

Ce ne sono vari, uno in particolare che da anni vado proponendo a diverse case editrici e che nessuno ancora ha voluto. Si tratta di un libro affilatissimo di una scrittrice argentina sconosciuta in Europa, María Angélica Bosco, La muerte baja en el ascensor, un noir psicologico alla Agatha Christie che spero davvero un giorno di vedere sugli scaffali delle librerie italiane, anche se non dovesse esserci il mio nome come traduttrice. Ma se ci fosse, ovviamente sarei più contenta.

Grazie Francesca!

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